@Paolo Ondarza, Radio Vaticana
E’ stato dimesso dall’ospedale Andolu di Samsun, in Turchia, il prete cattolico francese Pierre Brunissen, ferito ieri sera da una coltellata al fianco e alla gamba per motivi non ancora chiariti. L’aggressore è stato subito arrestato e da oggi è sottoposto ad interrogatori dalla polizia e dalla magistratura. Si tratta della terza aggressione nel Paese ai danni di sacerdoti cattolici. Solo lo scorso 5 febbraio infatti a Trabzon è stato ucciso don Andrea Santoro e quattro giorni dopo a Smirne veniva ferito don Martin Kmetec. Quest’ultimo episodio potrebbe compromettere l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea secondo il presidente della Conferenza Episcopale Turca, mons. Ruggiero Franceschini. Il presule ha potuto parlare personalmente con don Pierre. Paolo Ondarza lo ha intervistato.
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R. – Lo ho sentito questa mattina, prestissimo, prima che uscisse dall’ospedale di Samsun. L’ho trovato sereno, per nulla spaventato. Certo prova molto dolore per via della ferita: si tratta di una coltellata al fianco e alla coscia. Lui stesso mi ha detto: “Non è questa la Turchia vera. La Turchia vera ha un altro volto, ha altri sentimenti”. Sono rimasto molto sorpreso da queste parole: proprio lui, il colpito, mi diceva cose che rappresentano in fondo anche le mie convinzioni.
D. – Don Pierre non serba rancore per la persona che lo ha colpito. Un simile atteggiamento può contribuire, secondo lei, a smuovere le coscienze?
R. – Certo, questo atteggiamento piace alla maggioranza della gente. Non so però fino a che punto il perdono possa incidere su quelle persone più ‘affascinate’ dal fondamentalismo e persuase dall’idea che sia necessario distruggere l’Occidente.
D. – Voi cristiani lì presenti come vivete questi momenti?
R. – Con amarezza.
D. – Siete spaventati?
R. – Io non lo sono e i miei sacerdoti non lo sono.
D. – Don Pierre era già stato minacciato. Il clima era quindi già da tempo teso…
R. – Esatto. I fondamentalisti islamici non vogliono questo governo, non vogliono che la Turchia entri nell’Unione Europea e fanno di tutto per creare un clima di tensione.
D. – Colpire i cristiani vuol dire soffiare sulla brace, soffiare sul fuoco dell’odio antireligioso?
R- – Certo ed è questo che si predica nelle moschee. Non si annuncia più la mentalità di Maometto, ma si incita a lottare contro l’Occidente, che “offre soltanto guerra ed infelicità”, sono parole di Bin Laden. I responsabili vanno ricercati nelle moschee e non nella Turchia. Abbiamo tantissimi valori in comune che spingono alla collaborazione. Personalmente, non mi riconosco in questo clima di tensione.
D. -Quanto è lunga la strada per un dialogo vero?
R. – Si lavora per il dialogo, ma bisogna anche sottolineare che il cammino del dialogo è ancora molto lungo. E tra gli ostacoli principali ci sono le scuole, che non consentono un insegnamento diverso, alternativo. Il primo approccio che hanno con noi è quello di tentare di convertirci.
D. – Il dialogo interreligioso, secondo lei, resta la via maestra per il conseguimento della pace o sarebbe meglio procedere per altre vie?
R. – Il dialogo bisogna continuarlo: vivendo spalla a spalla ci si accorge che sono molti più i motivi per poter stare insieme che non quelli per rifiutarci. Ma c’è anche dell’altro. C’è una maggioranza che è laica e che dice che il problema religioso è un fatto personale, che non può compromettere il nostro rapporto con l’altro.
D. – Lei è favorevole all’ingresso della Turchia in Europa?
R. – Noi lo siamo tutti, la conferenza episcopale turca lo è, senza naturalmente fare sconti alla Turchia per l’ingresso nell’UE. Vorremmo, ad esempio, vedere qualche passo in più sul riconoscimento della Chiesa. E’ molto importante



