Piergiorgio Welby è morto ieri sera poco prima della mezzanotte. Un medico-anestesista dell’ospedale di Cremona, Mario Riccio, dopo averlo sedato ha staccato la spina del respiratore artificiale che dal 1977 teneva in vita Welby, affetto da distrofia muscolare progressiva. L’annuncio della morte è stato dato questa mattina ai microfoni di Radio Radicale da Marco Pannella. In conferenza stampa il medico ha dichiarato di “aver rispettato la volontà di morire dell’uomo”.
Piergiorgio Welby, 61 anni, che al momento del decesso aveva accanto la moglie, la sorella e alcuni esponenti del partito radicale, nel settembre scorso si era rivolto al presidente della repubblica Napolitano chiedendo “di poter morire con dignità”. Il caso aveva suscitato numerosi interventi e polemiche, arrivando fino al tribunale di Roma al quale Welby si era rivolto per ottenere l’interruzione delle cure, un ricorso ritenuto però inammissibile. Di ieri, infine, il parere del Consiglio Superiore di Sanità per il quale le cure che lo tenevano in vita non erano da configurarsi come accanimento terapeutico. Paolo Ondarza ha raccolto il commento di mons. Elio Sgreccia, presidente dell’istituto di bioetica dell’Università cattolica del Sacro cuore:
R. – La vicenda ha avuto una lunga polemica di carattere politico ed è stata anche caratterizzata da momenti giuridici. Dal punto di vista etico non si tratta – è stato detto – di accanimento terapeutico. Questo va ripetuto, perché lo ha stabilito una commissione medica pienamente competente su questo fatto. Si è, piuttosto, trattato di una richiesta di interruzione di cure. Quel trattamento lì viene abitualmente somministrato ai malati di quel tipo di malattia, la gran parte di essi lo sopportano e lo desiderano, mentre in questo caso c’è stata una richiesta esplicita di rifiuto delle cure. Il rifiuto delle cure giuridicamente è ammesso dalla Costituzione italiana, però, manca la legge applicativa. Dal punto di vista etico, rifiutare le cure, se le cure sono proporzionate, è una richiesta illecita; però se il paziente insiste e rifiuta queste cure non lo si può costringere. Il medico che stacca la spina, si espone al giudizio della legge. In questo caso è difficile capire: noi non possiamo sapere se il paziente ne ha fatto richiesta perché rifiutava questo trattamento per lui insopportabile, e in qual caso la richiesta poteva essere moralmente lecita, oppure il paziente ne ha fatto richiesta per farne una battaglia politica e, quindi, per ottenere una legge che spiani la strada all’eutanasia. Questo fatto di aver “politicizzato” il paziente, di averlo messo nelle condizioni di agganciare la sua richiesta ad una campagna pro-eutanasia, ha reso impossibile sapere se la sua richiesta era fondata sul suo bene o sul bene del suo partito.
D. – A questo punto, mons. Sgreccia, il dibattito sull’eutanasia come ne verrà influenzato, secondo lei?
R. – Certamente di fronte alle prese di posizioni ideologiche, è necessario stabilire dei criteri chiari sia per quanto riguarda l’accanimento terapeutico, sul quale in un primo tempo si era impostato tutta la discussione, sia per quanto riguarda il rifiuto delle cure. Devono essere dei percorsi non solo etici, ma anche giuridici, perché eticamente si deve sapere quando è lecito rifiutare le cure e quando è lecito per il medico accettare questo rifiuto. Si deve poi sapere da parte della legge cosa si deve fare quando il paziente rifiuta delle cure, anche in modo illecito e non motivato.
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