©Paolo Ondarza Radio Vaticana
Una guida alla scoperta del mondo del “Signore degli Anelli” attraverso gli eroi e i luoghi fantastici che lo animano. Ci aiuta Paolo Gulisano, uno dei massimi esperti di John Roland Tolkien in Italia e dell’aspetto religioso presente nei libri dello scrittore inglese, nato in Sud Africa.
D. – Quale il significato de “Il Signore degli anelli”?
R. – A mio avviso “Il Signore degli anelli” è un viaggio, innanzitutto. Torna in questo capolavoro il simbolismo dell’homo viator: un simbolismo antico nella letteratura e, molto significativo. Si tratta di un’epica della ricerca umana.
D.– Ogni opera epica ha anche dei valori. Quali sono i valori de “Il Signore degli anelli”?
R. – E’ Tolkien stesso che in una lettera del ’51, prima ancora che il libro uscisse, scriveva ad un amico, mostrandogli le bozze: “Tutto questo materiale tratta di tre cose: la caduta, la morte e la macchina”. Per caduta evidentemente si intende la condizione di caduta dell’uomo, che in ambito cristiano è quella del peccato originale. Poi il problema della morte affronta i vari tentativi per vincerla. Ed infine la macchina, dove per macchina non si intende tanto la scienza, ma un certo uso disumano della tecnologia. Il problema fondamentale de “Il Signore degli anelli” non è tanto la lotta tra il bene e il male o la questione del potere – appunto l’anello che è simbolo del potere – ma che Dio solo ha diritto di ricevere attributi divini: ovvero è lo scontro tra Dio e idolatria. Ne “Il Signore degli anelli” non c’è il Dio cristiano, però Dio è cercato, si chiede a Dio in maniera quasi commovente di manifestarsi.
D. – A proposito della distinzione che in molte opere di genere fantasy viene fatta tra bene e male, “Il Signore degli Anelli” presenta bene e male non così divisi …
R.– Esattamente. Questa osservazione fa decadere quella critica a Tolkien di essere un attore manicheo. Tolkien sa bene che il bene e il male vivono in ciascuno di noi. Nessuno è cattivo fin dall’inizio. I personaggi malvagi, per esempio gli orchi, sono appunto il risultato di un pervertimento, di una natura che è uscita buona dalle mani di Dio. E la soluzione netta, chiara, che ci dà Tolkien è una sola: con il male nessun compromesso. L’anello, che è il male, va distrutto. Bisogna rinunciare. L’eroismo dei personaggi de “Il Singore degli anelli” è l’eroismo della rinuncia, è l’eroismo del sacrificio. Per questo Tolkien ha scelto come eroi del suo romanzo non dei guerrieri possenti, ma dei piccoli hobbit.
D. – La riscoperta de “Il Signore degli anelli” in questi ultimi due anni è avvenuta grazie alle trasposizioni cinematografiche, ma quanto la pellicola è fedele alla penna di Tolkien?
R.– Manca un po’ della poesia. “Il Signore degli anelli” non è soltanto guerra, non è soltanto uno scontro. Mi auguro che gli spettatori, specialmente i più giovani, avvertano il bisogno di leggere il libro. Troveranno in esso sicuramente un grande tesoro, ricco di spunti di riflessione.



