@Paolo Ondarza, Radio Vaticana
La “cosa più importante” sia quella di ravvivare in tutta la Chiesa “quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo” appoggiandosi sulla base concreta dei documenti conciliari. Così il Papa che stamani, in coincidenza con il 50.mo dell’inizio del Concilio Vaticano II e il 20.mo della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, ha presieduto la Santa Messa per l’apertura dell’Anno della fede. Quattrocento i concelebranti – fra cui 8 patriarchi delle Chiese orientali, 80 cardinali e 15 padri conciliari – che in una suggestiva processione sono saliti sul sagrato della Basilica di fronte ad una Piazza San Pietro affollata da circa 20mila persone. Alla fine della celebrazione eucaristica il Papa ha riconsegnato al Popolo di Dio i 7 Messaggi del Concilio e il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Tanti i fedeli presenti in Piazza San Pietro, circa 20mila: grande il loro entusiasmo per l’apertura dell’Anno della fede. Ascoltiamo alcune testimonianze raccolte da Paolo Ondarza:
R. – Sono venuta qua proprio per sentirmi cellula viva della Chiesa.
R. – Siamo chiamati a essere cristiani credibili.
R. – Per tutti noi cristiani è un anno importante.
D. – Che cosa vuol dire testimoniare la fede nella sua vita?
R. – Essere d’esempio per gli altri ed essere coerente.
R. – Diffondere la pace.
R. – E’ un riavvicinarsi a Dio, per chi magari ha perso la strada.
D. – E’ difficile testimoniare la fede oggi?
R. – A volte sì.
R. – Certe volte, forse, noi cristiani abbiamo paura di testimoniare con la vita e restiamo in disparte. Invece dovremmo avere quel coraggio che hanno avuto i Santi, che hanno avuto i martiri, di testimoniare ovunque che Cristo è veramente la nostra vita.
D. – Che cosa vuol dire questo inizio dell’Anno della fede?
R. – E’ un impegno che deve assumere ciascuno di noi per testimoniare la fede nel mondo, perché penso che giorno dopo giorno, in qualsiasi strada, ufficio o posto di lavoro, noi troviamo il modo per testimoniare Cristo, non mettendoci a sventolare bandiere, ma attraverso le nostre azioni.
R. – E’ un evento importante. Per noi è un ritornare alle radici di ciò che siamo e di ciò che vogliamo essere.
R. – Andare a riscoprire soprattutto nel nostro contesto, nella nostra società, quelle che sono le nostre origini, la nostra fede, i nostri principi.
D. – Ha detto il Papa: “Occorre recuperare l’ardore della testimonianza”, quella fiamma che animava anche i primi apostoli…
R. – Dobbiamo ripartire proprio dal Vangelo, dalla bellezza di sentirsi cristiani!
R. – Essere confermati nella fede da parte del Successore di Pietro è una cosa molto importante per noi, soprattutto per noi giovani. Noi diciamo che la nostra generazione non è solo la generazione di Facebook o la generazione di Twitter, ma è la generazione di Cristo, una generazione che crede ancora nei valori veri, che ha ancora fede, una fede ancora più forte.
D. – Oggi c’è il rischio di essere derisi, per il fatto di essere cristiani?
R. – Sì, c’è il rischio: alcuni di noi vengono derisi quotidianamente a causa della fede. Noi dobbiamo dire ai nostri coetanei – io sono un giovane di 16 anni – nei licei, negli istituti, di non aver paura di credere in Cristo, di non aver paura di rivelare se stessi.
D. – Come vivete questo inizio dell’Anno della fede?
R. – Con molta felicità!
D. – 50 anni fa il Concilio Vaticano II…
R. – Io ho 50 anni, sono nata con il Concilio e ho vissuto tutto questo percorso e per me essere qui oggi è molto importante.
R. – Io allora ero piccola, quindi non capivo il senso di certe parole e che cosa volessero dire. Con il passare degli anni, e vivendo in prima persona la fede che il Concilio ci ha mostrato, è diventata più grande la gioia di essere cristiana e la nostra testimonianza si è fatta più vera. Perché la fede, prima ancora di essere detta, deve essere vissuta.

In 50 anni i frutti del Concilio Vaticano II si sono manifestati a partire da un rinnovato coinvolgimento del mondo laicale nella vita della Chiesa e attraverso l’opera dei movimenti. Lo conferma al microfono di Paolo Ondarza, il presidente italiano del Rinnovamento nello Spirito, Salvatore Martinez, uditore al Sinodo sulla nuova evangelizzazione in corso in Vaticano:
R. – Inaugurando il Concilio Ecumenico Vaticano II, il Beato Giovanni XXIII aveva invocato una novella Pentecoste. Possiamo dire che a cavallo tra due millenni, la Chiesa ha conosciuto il cosiddetto ”rinnovamento conciliare” in tutte le sue espressioni. Abbiamo avuto una riconsiderazione della causa ecumenica, dello spazio della Parola di Dio nella vita dei cristiani, un rinnovamento della vita liturgica. Tra queste forme di rinnovamento troviamo certamente anche quello legato alla riscoperta della vita carismatica nella Chiesa e in special modo nel protagonismo dei laici; siamo debitori ai padri conciliari di questa grande apertura.
D. – Oggi si apre l’Anno della fede. Spesso i padri sinodali rilevano: “Le bocche di chi dovrebbe proclamare il Vangelo sono chiuse, le orecchie di chi lo dovrebbe ascoltare restano chiuse”. Come fare?
R. – San Paolo ci dice cha la Fede nasce dall’ascolto, e aggiunge: “Come potranno credere se non c’è qualcuno che predicherà, che proclamerà il nome di Gesù Cristo?” Riteniamo che l’afasia di questo nostro tempo, la difficoltà di “dire” Gesù Cristo, derivi essenzialmente da una fede non nutrita dalla preghiera e dalla Parola di Dio. L’importante è che il Vangelo sia comunicato. “In principio era il Verbo”, significa “in principio era la comunicazione”. Gesù dice che questa lieta notizia deve essere gridata anche dai tetti. Certo, impressiona vedere che in molti casi, il cristianesimo conosce stanchezza e non giovinezza; conosce silenzio e non proclamazione. I movimenti, le nuove comunità, rappresentano certamente un aiuto alla causa della nuova evangelizzazione.
D. – Al Sinodo è stata ribadita anche l’importanza dell’ecumenismo per la nuova evangelizzazione.
R. – Dobbiamo ricostruire, riconciliare i cristiani. Ricostruire sostanzialmente quell’unità che nello spirito non è mai venuta meno. La Chiesa rimane “una” nello Spirito. Poi nella professione delle fede e soprattutto nella vita delle comunità, cogliamo ancora divisioni. Ma bisogna anche dire che spesso le nuove generazioni non comprendono queste divisioni storiche, talvolta anche di natura politica, che poi gravano nella dimensione dell’unità visibile dei cristiani. E Gesù Cristo l’ha detto: “Sarà questa unità a parlare, a convincere, a portare gli uomini alla fede”.
D. – Qual è il suo messaggio per questo Sinodo?
R. – Certamente in questi giorni, in queste prime giornate sinodali, si coglie lo spirito della Pentecoste; diversità di culture, diversità di tradizione ma un solo spirito, una sola fede, una sola Chiesa, un solo desiderio – quello dei padri sinodali – di ridare alle nuove generazioni il sapore pieno, integrale e – direi – ancora profetico del Vangelo di Gesù Cristo. Si colgono indubbiamente motivi di preoccupazione, soprattutto laddove i cristiani sono perseguitati o dove c’è una desacralizzazione delle nostre società o dove si coglie la difficoltà dei giovani di intercettare il Vangelo. Mi pare che le questioni fondamentali si stiano affrontando con grande chiarezza e con lungimiranza. Quest’Anno della fede trova in questo Sinodo una piattaforma di lancio straordinaria, e credo che lo Spirito Santo ci sorprenderà nel farci vedere quanti nuovi testimoni, quanti nuovi missionari, quanti nuovi predicatori sono già presenti all’interno della Chiesa!



