Campagna pro-eutanasia in Italia. Pessina: strumentalizzato il dolore

(Radio Vaticana)

?   Un video choc per dare il via ad una campagna per legalizzare l’eutanasia in Italia. E’ quello presentato ieri dai radicali alla vigilia di una raccolta firme che oggi prende il via in tutto il territorio nazionale. Nel filmato una donna racconta del suo viaggio in Svizzera dove in una clinica ha trovato la morte. “Non si può spettacolarizzare il dolore per fini ideologici” commenta l’associazione Scienza e Vita. Paolo Ondarza:

(Voce dal video della campagna pro-eutanasia)
“Era da giugno che io aspettavo l’appuntamento con una clinica Svizzera… E l’appuntamento è per domani sera. Danno da bere una bibita e poi uno si addormenta… E basta…”.

La tragica storia di Piera, malata terminale di cancro, che dall’Italia si è recata – accompagnata da un esponente del partito radicale – in una clinica svizzera, dove per sua volontà ha trovato la morte, è divenuta una bandiera della campagna “eutanasia legale” promossa dall’associazione Luca Coscioni. “Un dolore strumentalizzato, sfigurato in arma politica, che non può essere spettacolarizzato per fini ideologici”, scrive l’associazione Scienza e Vita. “Un video a metà strada tra l’apologia e l’istigazione al suicidio” è il commento di Adriano Pessina, direttore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica:

R. – E’ un modo con cui si fa propaganda, utilizzando una persona che ha avuto dei problemi molto seri nel confrontarsi sul suo fine vita e utilizzarla in qualche modo, facendola diventare vittima della propaganda oltre che vittima della malattia.

D. – “Non voglio più soffrire, solo io ho il diritto di decidere su me stessa”, dice Piera, protagonista o vittima – come lei ha detto del video?

R. – Sì, perché io credo che non si possano impostare le cose in questo modo. Nel senso che quando si parla della sofferenza, che è la dimensione del disagio esistenziale della solitudine personale e del dolore fisico, bisogna tenere conto che quando una persona perde anche di coraggio nei confronti della sua situazione, il primo atteggiamento dovrebbe essere quello di aiutare a vivere questa situazione. La nostra cultura ha sviluppato e stiamo sviluppando tutta una serie di attenzioni, che vanno dalla terapia del dolore all’assistenza domiciliare: abbiamo sviluppato un’idea per cui, in qualche modo, il tempo anche della malattia sia un tempo degno di essere vissuto.

D. – Non è vero, quindi, che c’è un disimpegno in Italia nei confronti delle problematiche legate al fine vita come viene denunciato?

R. – Io lo nego assolutamente, anzi io credo che sia veramente uno spot molto ideologico, che non tiene conto dei grandi progressi che si sono fatti in questi anni. La questione è, tra l’altro, se noi vogliamo riflettere un po’ lucidamente sulle situazioni che hanno sempre una grande valenza emotiva, in qualche modo se lei pensa alle persone che vogliono semplicemente suicidarsi, solitamente lo vogliono fare in solitudine, senza apparire… Qui, in questo caso, la persona va di proposito in un luogo per essere aiutata a morire: in qualche modo è una persona che sente profondamente la solitudine, al punto tale che chiede la “compagnia del morire”. Questo è un messaggio contraddittorio, perché vuol dire che queste persone, se aiutate, probabilmente non vorrebbero fare questo gesto.

D. – La morte può essere considerata un diritto?

R. – Questo è un vero paradosso della nostra epoca, perché la morte è la cessazione di qualsiasi diritto. Noi abbiamo sicuramente il diritto di essere assistiti, di essere curati, ma la morte come tale è la cessazione del diritto, la cessazione della cittadinanza. Non è un caso che uno dei segni più grandi – come dire – di esclusione dalla cittadinanza è stata la pena di morte.

D. – I radicali sostengono che sono circa 90 mila i malati terminali che ogni anno muoiono soprattutto di cancro e il 62 per cento – dicono – muore grazie all’aiuto di medici con l’eutanasia clandestina…

R. – Io credo che sia un dato assolutamente falso, perché in questi dati si confondono spesso le cose. Da una parte è la cessazione dei trattamenti quando risultano essere sproporzionati e che non portano beneficio al paziente, e quindi un accompagnamento del morente, che è un accompagnamento senza accanimento terapeutico. Questo è un fatto che nella realtà si pratica e che testimonia una dedizione da parte anche del medico, anche in fine vita, nei confronti di queste persone e delle persone in generale. Un’altra cosa è l’eutanasia: l’eutanasia significa provocare direttamente la morte di un paziente, con varie motivazioni. Io credo che sia molto difficile poter dire che ci siano molti episodi di questo genere, ma anche se fossero molti, non per questo, noi non dobbiamo biasimarli. Non è che il biasimo deriva dalla quantità delle azioni… Voglio dire: non è che perché ci sono tanti evasori in Italia, allora dobbiamo dire legalizziamo l’evasione fiscale… In realtà se anche l’eutanasia fosse oggi il frutto di una disperazione diffusa, noi dovremmo trovare il modo per vincerla!

Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

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