@Paolo Ondarza, Radio Vaticana
? Sono state poco pubblicizzate, ma suscitano perplessità le “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone Lgbt” (sigla che sta per Lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) pubblicate dal Dipartimento per le Pari opportunità e rivolte ai giornalisti nell’ambito di un progetto finanziato dal Consiglio d’Europa. Il documento, a cura dell’agenzia Redattore Sociale, promuove la teoria del gender e invita in 10 punti a non utilizzare più termini quali “famiglia tradizionale” o “nozze gay”: meglio parlare genericamente di matrimoni nel rispetto della dignità di tutti. Scorretta è ritenuta anche l’espressione “utero in affitto”, alla quale si preferisce “maternità di sostegno”. “Un decalogo che sovverte la realtà”, commenta il quotidiano Avvenire. Paolo Ondarza ne ha intervistato il direttore, Marco Tarquinio:
R. – C’è una pretesa di “rieducare” non solo i giornalisti, ma il linguaggio stesso utilizzato attraverso i mass media, ammettendo al dialogo con il pubblico soltanto quelli che si adeguano a questa linea, che cancellino le parole scomode e dicano solo le parole secondo il pensiero che si vuole imporre, cioè la teoria del gender, secondo cui la differenza tra uomo e donna non è un dato di natura, ma di cultura.
D. – Ma che valore hanno queste Linee-guida per quanto riguarda il fare informazione?
R. – L’Ordine nazionale dei giornalisti non le cita tre le fonti alle quali riferirsi per quanto riguarda la deontologia, cioè il sistema di norme che regolano anche moralmente la nostra professione, e questo è un bene. Queste linee sono appena uscite: mi auguro che questo non sia un dato solo di “ritardo” nel recepire, quanto piuttosto una scelta consapevole contro una forma di censura molto grave che è contenuta all’interno di queste norme, che sembrano affermare libertà ma che in realtà negano delle libertà.
D. – Le Linee-guida sconsigliano di utilizzare termini quali “utero in affitto”, “famiglia normale”, o “nozze gay”: sono matrimoni e basta, tutti hanno pari dignità…
R. – Bisognerebbe parlare di matrimoni e mai di “nozze gay”, bisognerebbe evitare di parlare di una “famiglia normale”, cioè quella composta da un padre e da una madre. Tutto questo contrasta non solo con il senso comune, ma con l’esperienza concreta di vita esistenziale di altre persone. È questo che lascia perplessi. Per questo qualcuno ha parlato, anche con un’espressione un po’ forte, di una “linea da Minculpop”, il Ministero che in epoca fascista vigilava sull’omogeneità della dottrina sul regime. Non penso che siamo a questo punto. Mi preoccupa che si voglia costruire un clima nel quale tutte le opinioni sono formalmente uguali, ma qualcuna è molto meno uguale delle altre. Guarda caso, sono molto meno uguali delle altre, le opinioni di quelli che sostengono ciò che fino a poco tempo fa non era neanche in discussione, cioè il fatto che gli uomini siano uomini e donne, e che i figli nascano da un rapporto tra un uomo ed una donna.
D. – Questo discorso riguarda particolarmente i giornalisti cattolici, che su certe tematiche sono chiamati ad usare un linguaggio chiaro…
R. – Certamente, riguarda soprattutto i giornalisti cattolici, ma non solo. Ci sono anche i giornalisti laici, ci sono persone che hanno diverso sentimento culturale religioso che la pensano come noi su questa questione, ma non perché noi siamo i tutori di una verità di parte, ma perché siamo persone che prendono atto dei dati della realtà, non ci inventiamo una teoria. Io credo che le teorie alla fine si arrendano e affondano di fronte ai dati della realtà. Posto anche che i climi sono pericolosi, e quando cala un clima nebbioso, oscuro, diventa un problema, soprattutto per coloro che devono usare le parole giuste. E in questo momento non servono parole aspre, credo che servano parole luminose che aiutino a squarciare la nebbia, che aiutino a capire dove si trova il cuore delle questioni e a capire soprattutto che le parole sono strumenti anche di coloro che vogliono costruire un grande mercato intorno alla vita umana. Mi sembra che in questo tempo, l’obiettivo sia quello di governare la nascita delle persone, la nascita degli esseri umani. Scegliere le parole giuste per servire a questo, che sono in realtà parole sbagliare, parole che rovesciano la realtà, è uno dei passi necessari. Credo che sia bene cercare di far aprire gli occhi alla gente.
D. – Recentemente – Avvenire lo ha denunciato – la teoria del gender è stata introdotta anche nelle scuole con corsi di formazione ad hoc per insegnanti…
R. – Sì. Credo che il rispetto vada dato a tutte le persone. Non capisco le norme di “super tutela” come quelle che si vanno delineando in diversi campi rispetto alla cosiddetta categoria Lgbt. Ritengo che sarebbe necessario pensare con grande rispetto soprattutto ai più piccoli e non immaginare che ci possano essere percorsi scolastici nei quali venga raccontato, ad esempio, che tutto è uguale, che tutto è distinto, e che non c’è una verità su come si viene al mondo e su come si sta al mondo. Credo che su questo una vigilanza e un servizio alla verità da parte di tutti gli operatori di formazione sia fondamentale.



