@Paolo Ondarza, Radio Vaticana
Papa Francesco è giunto in Bolivia, seconda tappa del suo viaggio in America Latina. L’aereo papale, partito da Quito, capitale dell’Ecuador, è atterrato a La Paz poco dopo le 23.00, con circa un’ora di ritardo sul programma. Ad accoglierlo per la cerimonia di benvenuto, con un caloroso abbraccio, il presidente Evo Morales che ha definito Francesco “Papa dei poveri”. Il Pontefice, da parte sua, ha lanciato un appello a proseguire nel cammino della coesione sociale con una visione integrale di progresso per custodire i poveri, gli ultimi, “quanti sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. Incontenibile la gioia delle centinaia di migliaia di fedeli che per ore lo hanno atteso lungo il percorso che ha portato Francesco fino alla capitale La Paz. Il servizio del nostro inviato Paolo Ondarza:
Dallo scalo aeroportuale più alto del mondo, 4mila metri di altezza, abbracciato dal presidente Morales che gli ha messo al collo un’insegna aymara e dagli onori militari sulle note dell’inno boliviano dal tipico suono della quena, Francesco inizia la sua visita pastorale in Bolivia, a 27 anni dal memorabile passaggio del suo predecessore San Giovanni Paolo II. Tripudio di gioia per migliaia di fedeli, tra loro tanti bambini vestiti con i costumi indigeni dai colori brillanti.
Ed è la varietà nell’unità il pensiero che ispira da subito il Papa. Francesco guarda alla “singolare bellezza” dell’altopiano, delle valli, delle terre amazzoniche, dei deserti e alla varietà della realtà etnica e culturale boliviana, un insieme di “popoli originari millenari e popoli originari contemporanei” che – rileva – costituisce una grande ricchezza e un appello permanente al mutuo rispetto e dialogo:
“Cuánta alegría nos da saber que el castellano traído a estas tierras hoy convive con 36 idiomas originarios…
Quanta gioia – ha detto – ci dà sapere che il castellano portato in queste terre oggi convive con 36 idiomi originari, amalgamandosi – come fanno nei fiori nazionali di kantuta e patujú il rosso e il giallo – per dare bellezza e unità nella differenza. In questa terra e in questo popolo si è radicato con forza l’annuncio del Vangelo, che lungo gli anni è andato illuminando la convivenza, contribuendo allo sviluppo del popolo e promuovendo la cultura”.
Chiarendo da subito il carattere pastorale della sua visita, “pellegrino e ospite” venuto a “confermare la fede dei credenti perché siano fermento di un mondo migliore, Francesco rileva i “passi importanti” compiuti dalla Bolivia per includere ampi settori della popolazione nella vita economica, sociale e politica del paese; il Papa apprezza la sensibilità delle istituzioni locali sui diritti delle minoranze, riconosciuti dalla Costituzione ed invoca un rinnovato spirito di collaborazione civile e dialogo:
“El progreso integral de un pueblo…
“Il progresso integrale di un popolo comprende la crescita delle persone nei valori e la convergenza su ideali comuni che riescano ad unire le volontà senza escludere e respingere nessuno. Se la crescita è solo materiale – spiega Francesco – si corre sempre il rischio di tornare a creare nuove differenze, che l’abbondanza di alcuni si costruisca sulla scarsezza di altri. Perciò, oltre alla trasparenza istituzionale, la coesione sociale richiede uno sforzo nell’educazione dei cittadini”.
Tale sforzo educativo deve partire da un’opzione preferenziale ed evangelica per i poveri e gli ultimi, perché “non si può credere in Dio Padre senza vedere un fratello in ogni persona”, è doveroso “custodire coloro che oggi sono scartati a causa di tanti interessi che pongono al centro della vita il dio denaro”. L’educazione deve puntare inoltre secondo il Papa ad una cura particolare per i bambini e far sì che i giovani siano impegnati su nobili ideali, a garanzia di futuro per la società. Futuro che deve includere la valorizzazione degli anziani e che non può prescindere dalla tutela della famiglia:
“En una época en la que tantas veces se tiende a olvidar…
In un’epoca in cui tante volte si tende a dimenticare o confondere i valori fondamentali, la famiglia merita una speciale attenzione da parte dei responsabili del bene comune, perché è la cellula fondamentale della società, che apporta legami solidi di unione sui quali si basa la convivenza umana e, con la generazione e l’educazione dei suoi figli, assicura il rinnovamento della società”.
Un pensiero speciale il Papa lo rivolge ai tanti emigrati boliviani:
“Llevo en el corazón especialmente a los hijos de esta tierra…
Porto nel cuore specialmente i figli di questa terra che per molteplici motivi non sono qui, hanno dovuto cercare un’altra terra che li accogliesse, un altro luogo dove la nostra madre li rendesse fecondi e desse loro possibilità di vita”.
Francesco si dice lieto di trovarsi “in questa patria che si definisce pacifista”, promuove “il diritto e la cultura della pace”, patria benedetta da Dio: le prossime giornate – dice – saranno caratterizzate da momenti di incontro dialogo e celebrazione della fede.
Ricordando poi il preambolo della costituzione boliviana che in modo poetico evoca “i tempi immemorabili in cui si eressero le montagne e le valli si ricoprirono di fiori” rilancia il dovere di custodire il creato: “il mondo – dice – è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.
Da parte sua il presidente Morales ha salutato a nome di tutta la Bolivia il Papa, venuto a “contribuire al riscatto dei poveri” con il suo “messaggio di fede, speranza e liberazione”.
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Dopo la cerimonia di benvenuto Papa Francesco ha sostato brevemente presso il luogo dell’assassinio di padre Luis Espinal, sacerdote gesuita che aveva partecipato durante il periodo della dittatura alle lotte sociali e allo sciopero della fame di 19 giorni, nel 1977, durante i quali visse giorno e notte accanto alle famiglie dei minatori. Fu trucidato dagli squadroni della morte il 21 marzo 1980. Il Papa ha ricordato padre Espinal, “fratello nostro, vittima di interessi che non volevano si lottasse per la libertà. Padre Espinal – ha aggiunto – predicava il Vangelo e questo Vangelo disturbava e per questo lo hanno assassinato”. Il Papa ha quindi invitato a fare un minuto di silenzio e a pregare. Poi ha proseguito ribadendo che padre Espinal “ha predicato il Vangelo, il Vangelo che ci porta la libertà, che ci fa liberi. Come ogni figlio di Dio, Gesù ci dà questa libertà e lui ha predicato questo Vangelo”. Per un profilo di padre Espinal, Paolo Ondarza ha intervistato mons. Basilio Bonaldi, sacerdote fidei donum e formatore nel seminario di La Paz:
R. – Padre Luis Espinal era un sacerdote gesuita nato in Catalogna, vicino Barcellona, il 2 febbraio 1932. In un primo momento, nel suo ministero in Bolivia esercita l’insegnamento della letteratura, e poi, come comunicatore, lavora in radio – nella “Radio Fides” dei gesuiti – come critico di cinema, e anche come maestro di cinema…
D. – La sua presa di posizione a difesa degli operai e la sua partecipazione – nelle sue competenze – alle lotte sociali e allo sciopero della fame, lo portarono alla persecuzione…
R. – Esattamente, soprattutto quando nel 1979 viene fondato il settimanale “Aquí” – incentrato sui problemi reali della gente – di cui lui diventa direttore: è considerato colui che ha uno straordinario coraggio nel criticare i governi di turno, nel denunciare il mancato rispetto dei diritti umani, nell’affermare costantemente la dignità di ogni persona, e soprattutto nel mostrare apprensione per quelli che non hanno voce nella società…
D. – Quindi un impegno sociale quello di padre Luis Espinal, non politico: era il Vangelo e la vicinanza a Cristo che lo faceva essere prossimo ai più deboli e ai più indifesi…
R. – Certamente, questo lo porta, soprattutto nella parte finale della sua vita, oltre allo sciopero della fame del 1977, a criticare, attraverso il settimanale “Aqui”, il governo di turno: quello del generale García Meza. Questo gli procura – essendo lui in possesso di una documentazione forte sul tema del narcotraffico – il martirio, due giorni prima di quello di monsignor Romero nel Salvador. Padre Luis Espinal è stato ucciso il 21 maggio 1980 e Romero il 23 maggio. Padre Espinal quella sera era andato a vedere un film – che riguardava ancora una volta gli esclusi – e uscendo dal cinema, venne sequestrato da alcune persone che scendevano da una jeep senza targa. Si sa benissimo che lo portarono al macello pubblico nella zona di Achachicala; lì lo torturano per quattro ore, e poi lo uccisero con 17 colpi d’arma da fuoco e portarono il suo cadavere in Achachicala alta: il luogo dove ora c’è un piccolo monumento e una grande croce, dove il Papa ha deciso di fermarsi in sosta.
D. – Ai suoi funerali, il 24 marzo 1980 a La Paz, la popolazione partecipa in massa…
R. – Parlano di circa 70/80.000 persone. In Bolivia non c’è mai stato un funerale tanto partecipato.
D. – Che significato assume allora questa decisione del Papa, di voler sostare sul luogo che ricorda l’assassinio, il martirio, di padre Luis Espinal?
R. – Quello di mettere l’accento di tutta la Chiesa, non solo boliviana, sui martiri latinoamericani – e ce ne sono stati tanti – soprattutto in quell’epoca di dittatura, che hanno offerto la loro vita semplicemente per la fedeltà al Vangelo, non perché hanno fatto politica. E vogliamo credere davvero che questa figura venga riscoperta ancora di più, e che come lui si impari davvero a dire la verità, e a non essere come quelli che, per questioni di prudenza – un tema molto caro a Luis Espinal – non parlano o si tirano indietro. Pertanto direi che diventa anche l’esaltazione di una maniera di essere cattolici oggi in Bolivia e nel mondo per dire la verità in fedeltà al Vangelo.
D. – Una figura quindi ancora attuale…
R. – Sì, anche perché questa figura è benvoluta non solo da un mondo tipicamente ecclesiale, ma anche da un mondo più ampio e dall’intera società boliviana: quelli che si impegnano per i diritti umani, quelli che hanno visto in lui l’uomo d’arte, quelli che apprezzano sempre l’impegno e cercano davvero la costruzione di una società più giusta. Quindi diventa davvero un personaggio – un santo – un punto di riferimento non solo per i cristiani cattolici, ma per tutta la società boliviana, un elemento di comunione per tutti i boliviani.



