La necessità di affermare “il ruolo insostituibile della donna nella famiglia e nell’educazione dei figli”, così come “l’essenziale contributo delle donne lavoratrici alla edificazione di strutture economiche e politiche ricche di umanità” è una preoccupazione più volte messa in luce da Papa Francesco insieme al suo invito ad individuare “concreti suggerimenti e modelli positivi per armonizzare impegni lavorativi ed esigenze familiari” nel contesto contemporaneo caratterizzato da una dicotomia spesso inconciliabile tra vita familiare e organizzazione del lavoro.
Con la concretezza del pastore che ha l’odore delle pecore, il Santo Padre ha voluto porre in luce la necessità di uscire da una mentalità dell’“aut-aut” che vede contrapposti lavoro e famiglia per abbracciare quella dell’ “et-et” finalizzata ad una coniugazione dei due ambiti: “Perché – si è chiesto nel corso di un’udienza generale – si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo”. Già 22 anni con pari veemenza san Giovanni Paolo II denunciava questa situazione. Era il 1995, anno della nota Conferenza Onu di Pechino che sugellò i controversi diritti “di genere”, e “alla salute riproduttiva” (comprendente l’aborto), quando papa Wojtyla pubblicava la lettera alle donne: “che dire – si chiedeva nel documento – degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l’umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l’essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l’effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico”.
Nonostante negli ultimi vent’anni si siano susseguite dichiarazioni di impegno da parte dei governi nazionali e si siano registrati in diversi paesi significativi progressi, ancora molto resta da fare: le donne sono sottorappresentate nei processi decisionali e penalizzate nel lavoro. A livello globale i guadagni delle donne risultano più bassi rispetto a quelli degli uomini nonostante il carico del lavoro sia proporzionalmente inverso. Nei paesi ricchi il tasso di disoccupazione femminile è più alto di quello maschile e il salario medio è invece inferiore. La maggior parte delle lavoratrici infatti è concentrata in impieghi meno retribuiti e più precari. Il 65-90% dei contratti part-time è detenuto da donne. Nel sud del mondo la donna deve subire un carico di lavoro inferiore a quello dell’uomo e spesso deve rinunciare all’istruzione. Il 60% della forza lavoro agricola nella maggioranza dei paesi africani è rappresentata dal sesso femminile. Vera e propria piaga resta poi a livello globale il mercato del sesso: sempre più donne immigrate in Occidente con il miraggio di una vita migliore finiscono schiave della tratta. Questa palese discriminazione sessuale si scontra con la dimostrata capacità imprenditoriale della donna: le iniziative di microcredito infatti tendono a privilegiare le attività femminile. Quanto al fattore maternità, va detto che, ad esempio in italia, il 30% delle donne interrompe il rapporto di lavoro perché costretta a sostenere carichi familiari eccessivi, contro il 3% dei padri. Poca lungimiranza politica – denunciano le associazioni familiari – reitera una grave assenza di sostegni alla maternità e di valorizzazione sociale della famiglia, unico vero ammortizzatore sociale in tempi di crisi economica. Secondo il Forum delle Famiglie in Italia, paese a nascite sottozero, fare un figlio è una delle prime cause di povertà.
Le capacità specificamente femminili, in particolare la maternità –ha scritto Francesco in Amoris Laetitia – conferiscono “doveri, perché l’essere donna comporta anche una missione peculiare su questa terra, che la società deve proteggere e preservare per il bene di tutti”. “Oggi riconosciamo come pienamente legittimo, e anche auspicabile, che le donne vogliano studiare, lavorare, sviluppare, le proprie capacità e avere obiettivi. Ma nello stesso tempo non possiamo ignorare la necessità che hanno i bambini della presenza materna, specialmente nei primi anni di vita. La verità è che la donna sta davanti all’uomo come madre, e da essa nasce il mondo”.
Come tenere insieme famiglia e lavoro? Risponde Adele Ercolano, ideatrice e responsabile del primo master europeo in “Conciliazione Famiglia e Lavoro” presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum:
“La conciliazione famiglia e lavoro è una questione che riguarda tutti, sia donne che uomini, anche se in diversi paesi, tra cui l’Italia, ha ancora una connotazione quasi esclusivamente femminile. Sono infatti ancora le donne a richiedere e a beneficiare delle politiche di conciliazione come ad esempio il part-time. Nonostante quasi 30 anni di politiche di conciliazione, in cui molto è stato fatto, per le donne oggi conciliare è possibile, ma non affatto scontato. Persistono ancora tante criticità da superare: un organizzazione del lavoro basata sugli orari spesso troppo rigidi che assorbono il tempo di vita delle persone e che poco si adattano alle esigenze della vita familiare, la mancanza di servizi e orari adeguati e accessibili a tutte le famiglie.
In quali parti del mondo è più facile essere lavoratrice e madre; e dove è più difficile?
“E’ più facile essere madri in quei Paesi dove esistono politiche di sostegno alla maternità, alla genitorialità e in generale politiche per la famiglia. Paesi come la Danimarca, l’Olanda, la Germania e la Francia sono certamente da questo punto di vista più mother-friendly. Infatti in questi Stati il tasso demografico è piuttosto elevato se confrontato con l’Italia dove abbiamo il fenomeno delle culle vuote. Tra i Paesi occidentali, dove non è facile essere una madre lavoratrice, contrariamene a quanto si pensi, ci sono gli Stati Uniti, dove alle mamme vengono date poche settimane di maternità e pochissimi sussidi”.
Il salario femminile resta inferiore rispetto a quello maschile. Quali le cause di questo “scandalo”, come lo ha definito Papa Francesco?
“Ha ragione Papa Francesco a definire il basso salario femminile uno scandalo, le donne sono delle grandi lavoratrici e la discriminazione è qualcosa di inaccettabile. Le ragioni del gender pay gap sono tante, ma a mio avviso la causa principale ha radici culturali. Pensiamo ad esempio alle professioni tipicamente femminili come le insegnanti, le infermiere, o chi si occupa del lavoro di cura: sono lavori associati a retribuzioni più modeste solo perché tradizionalmente femminili. Bisognerebbe invece, riconoscere l’alto valore umano e sociale di questi lavori, valorizzandoli in termini economici”.
22 anni fa nella lettera alle donne scritta a ridosso della famosa Conferenza Onu di Pechino, Giovanni Paolo II metteva in luce quanto penalizzante fosse per una lavoratrice divenire madre. Oggi, ai tempi delle quote rosa e delle battaglie per la parità di genere, la situazione è cambiata?
“Gli anni non passano invano, fortunatamente i cambiamenti ci sono: sono in aumento le realtà virtuose e in generale c’è una maggiore consapevolezza non solo delle donne ma anche della cultura aziendale, sia in Italia che a livello globale. C’è ancora molto da fare, ma il cambiamento è in atto ed è anche visibile”.
Spesso la donna, anche in ambito lavorativo, è confinata in ruoli che sviliscono la sua dignità e corporeità. Pensiamo ai tanti ambiti in cui il corpo della donna è usato per raggiungere determinati obbiettivi commerciali (es. pubblicità) o, caso ben più estremo, al mercato del sesso, in alcuni paesi legale, in altri illegale, ma comunque fiorente. Cosa si sta facendo a livello globale per tutelare la dignità di queste donne?
“Se da una parte c’è una crescente sensibilizzazione nel monitorare la rappresentazione rispettosa dell’immagine della donna nei media e nella pubblicità (sono diverse le iniziative intraprese in tal senso), certamente ancora oggi capita di vedere pubblicità o programmi televisivi lesivi dell’immagine della donna in diversi Paesi. E’ un tema molto complesso, che richiede un impegno e un senso di responsabilità forte nei confronti di tutti, soprattutto delle giovani generazioni, da parte di chi gestisce, crea e produce prodotti di comunicazione multimediale. Perché ci sia una cultura del rispetto, bisogna creare consapevolezza del potere dei media e delle sue conseguenze.
Tema estremamente complesso e drammatico è anche quello che riguarda la mercificazione del corpo, la riduzione in schiavitù delle donne, su cui invece c’è pochissima sensibilizzazione, pochissime iniziative politiche, e sul quale sono soprattutto le religiose ad attivarsi in tutto il mondo, per tutelare e restituire dignità alle donne vittime di questa terribile violenza”.
A livello educativo quali proposte mettere in campo per ripensare il rapporto donna-lavoro ?
“Ne segnalo una. L’Istituto di Studi Superiori sulla Donna ha lanciato nel 2016 il progetto Value@Work, la Persona al Centro, un gruppo per la condivisione e la riorganizzazione valoriale del mondo del lavoro, promosso in collaborazione con l’Istituto Fidelis di Etica Sociale ed Economica, ambedue dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, costituito da un team interdisciplinare di accademici, rappresentanti di istituzioni, aziende e associazioni di settore, per promuovere una cultura organizzativa familiarmente responsabile perché orienti e misuri ogni dinamica economica, politica e sociale”.



