Sollecitata di continuo da parole, suoni, immagini, messaggi, con agende fitte di impegni e smartphone che ci rendono sempre reperibili, la nostra generazione rischia di smarrire la dimensione del silenzio. Forse perché questo è percepito come assenza di stimoli, piuttosto che dimensione propizia all’ascolto. Siamo infatti più abituati a riempire post di parole che a sospendere un commento, lasciando spazio alla riflessione.
Eppure “nei dialoghi ci sono momenti di silenzio”, ha detto una volta Papa Francesco rimarcando l’importanza della preghiera: “Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio”. Lo testimoniano le claustrali: “fari e fiaccole”, le ha definite il Santo Padre, capaci di “riconoscere le domande che Dio e l’umanità pongono”. Ma perché scegliere il silenzio oggi? Siamo andati a Perugia, nel Monastero di Sant’Agnese. Qui, dietro la grata, vive una piccola comunità di Clarisse.

Tra loro incontriamo suor Chiara Speranza, 49 anni, da 22 ha abbracciato la clausura. E’ lei la donna alla quale diamo la parola in questo numero di Dma.
Sr Chiara Speranza, perché scegliere il silenzio oggi?
E perché non sceglierlo? Se ne può fare a meno? Insieme alle parole, al suono, all’immagine, il silenzio fa parte della vita umana, del suo rimo naturale. È uno dei modi di comunicare che abbiamo. È un’esigenza che ci portiamo dentro che però oggi in particolare è messa da parte perché stare in silenzio significa che una persona ha tempo di pensare, di mettersi in ascolto di sé stessa, degli altri e di Dio, in poche parole ‘non è produttiva’… Ma una persona che può pensare e quindi essere ‘autonoma’, fare delle scelte, è difficilmente manovrabile perché ha una sua stabilità. Presi dalla velocità di un ‘touch’ è più facile lasciarsi prendere dal suono, dall’immagine, dalle parole a scapito del silenzio, anche se poi indirettamente cercato nei luoghi di benessere, in immersioni nella natura, ecc… La velocità è fatta per le macchine non per l’uomo che ha altri ritmi e non è un insieme di ingranaggi! E’ necessario imparare a scegliere il silenzio per ritrovarsi in una dimensione più umana: il silenzio è contro corrente; in una giornata in cui c’è un susseguirsi di cose da fare, prima di tutto mi ricordo che io esisto, ci sono ed è per questo posso pensare, parlare e fare (non il contrario!)
In un mondo giovanile tanto affascinato dall’immagine, dal desiderio di “mostrarsi”, talvolta anche di condividere sui social la propria spiritualità e fede, hanno ancora fascino preghiera e silenzio?
Silenzio e preghiera fanno parte del bisogno religioso dell’uomo. Il fascino del mistero attira sempre il cuore umano e lo spinge anche a confrontarsi con gli altri, a cercare qualcuno con cui condividere e questo lo si fa con i mezzi che si hanno. Gesù nella sua predicazione usava continuamente immagini per indicare la via da seguire, per aiutarci a scoprire l’amore misericordioso del Padre. Si ha bisogno dell’immagine per dirsi, per comunicare. Il condividere sui social è bello, permette anche di pregare insieme, si raggiungono tante persone, ma ciò non toglie quel cammino personale che passa per un rapporto fra te e il Signore: la preghiera è il tuo dialogo con Lui e lo spazio del silenzio non è semplice assenza di rumori, ma uno sguardo tra due persone che non hanno bisogno di parole per dirsi.
Spesso rischiamo di ‘mostrare/condividere’ la fede perché in realtà abbiamo la necessità di ‘mostrare’ noi stessi per affermarci e dire: “Io ci sono! Ho bisogno di essere visto!”. Abbiamo l’esigenza di essere riconosciuti, ma diventa ‘pericoloso’ fermarsi qui. La fede parte sempre da dove siamo, ma è un cammino che ci porta a testimoniare Qualcuno che fa bella la vita, che ci dice chi siamo veramente. Qui allora si pone il problema di ‘come’ si vive e condivide la fede. Come ricorderebbe papa Francesco, importante è il discernimento.

Il silenzio ha un valore pedagogico?
Il silenzio ha un valore pedagogico perché insegna a rientrare in sé stessi, a passare da un livello superficiale ad uno più profondo. Oggi bisogna imparare di nuovo la grammatica del silenzio, ascoltarlo, ‘leggerlo’, gustarlo, vederlo nella sua bellezza. Se vissuto nella verità, il silenzio aiuta ad imparare ad entrare in empatia con sé stessi e con l’altro, altrimenti può diventare, barriera, difesa, muro che ci isola e ci separa.
Che cosa ti ha chiamato alla vita claustrale. C’è qualcosa che ti manca di ciò che c’è fuori dal convento?
Più che ‘cosa’ direi ‘chi’ mi ha chiamato. La vita è una continua risposta ad una Persona che ci ha amato per primo e ci chiama a vivere in questo amore. Una risposta che per ognuno assume una forma dentro la quale donarsi: la vita claustrale è dentro questo dinamismo. Ogni scelta porta con sé l’esperienza di qualcosa che si lascia, che viene a mancare. L’esperienza di una mancanza scava nel cuore e lo rende povero, più aperto e attento a cogliere ciò che lo circonda come un dono di cui non puoi che ringraziare, sempre.
Devo dire che non mi mancano delle cose in particolare perché in questi anni in monastero ho imparato a vivere dell’essenziale che non viene mai meno. E nel corso del tempo, con mia sorpresa, sono andata accorgendomi che rispetto alle tante cose, pur belle, che ci sono e che avevo, ne bastano davvero poche per renderti felice, a farti sentire la tua vita piena! Credo sia il segreto che a suo tempo scoprì Francesco: sua vera ricchezza erano la Parola e il Signore Gesù.
Ciò che mi manca e che scava nel profondo del mio cuore sono i volti delle persone a cui voglio bene… una mancanza che si fa desiderio, attesa, spazio accogliente, preghiera, gioia per ogni incontro in cui gustare appieno la presenza dell’altro.
Cosa vuol dire essere claustrale in una Chiesa in uscita?
Sorrido pensando a chi potrebbe dire: “Ma come fa una claustrale a vivere una Chiesa in uscita fra le mura di un monastero?” Essere Chiesa in uscita per me è innanzitutto non una forma esteriore, ma quell’atteggiamento interiore al quale papa Francesco ci sta richiamando. L’essere in uscita fa parte dell’essere creati a immagine e somiglianza di Dio il quale, nella Bibbia, continuamente ci è presentato come Colui che esce per ascoltare il grido del suo popolo, per soccorrerlo fino a scegliere di abitare tra noi, in Gesù. La vita di fede è un cammino di continue ‘uscite’, di esodi dal nostro cuore, dai nostri idoli/sicurezze, per andare incontro all’alterità. Un incontro che prende forma sia soccorrendo materialmente l’altro che è nella necessità, sia con un ascolto cuore a cuore in un piccolo parlatorio di un monastero, dove l’altro ti confida e ti consegna la sua vita da custodire, da amare.
All’interno del dibattito sulla missione della donna nella Chiesa e nella società, – si pensi al tema della parità di genere – come si inserisce la scelta delle claustrali?
Penso sia importante ricordare la missione della donna assegnata direttamente da Dio nella creazione: il suo essere un aiuto che sia pari all’uomo, che gli stia davanti. La missione della donna nella Chiesa e in ogni luogo è quella di essere una che sta davanti all’altro e l’aiuta ad essere sé stesso. La donna è depositaria e custode della vita dell’uomo e questa missione può esplicitarla in varie forme tra le quali anche quella claustrale dove si abbraccia l’uomo nella sua interezza, nella sua realtà più profonda. Mi viene in mente una frase di santa Chiara nella terza lettera a sant’Agnese di Praga: “… ti considero collaboratrice di Dio stesso e colei che rialza le membra cadenti del suo corpo ineffabile”.
A volte assistiamo quasi impassibili alla violenza, alle guerre e al terrorismo. Cosa può la preghiera di fronte al male?
“Tra le loro malvagità continui la tua preghiera” (Sal 140,5). Di fronte al male siamo impotenti se vogliamo affrontare o lottare ai ‘massimi sistemi’, ma siamo ‘potenti’ con la preghiera che ci aiuta a tenere lo sguardo verso il bene, verso la vita. La preghiera ci aiuta a lottare contro la violenza che è nel nostro cuore e a credere fermamente che, come ha ripetuto più volte Giovanni Paolo II, la misericordia è il limite invalicabile che Dio ha posto al male. E come ha lasciato scritto Etty Hillesum, giovane ebrea morta nei lager: “Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato”. La preghiera aiuta a non perdere la speranza.
Articolo tratto dalla rivista DMA. Leggi :




