Fiorire nella vocazione e generare vita. E’ il desiderio scritto nel cuore di ogni uomo e donna. Almeno per un attimo nella vita ci chiediamo se siamo nati per caso o se siamo parte di un disegno sapiente. E’ in quel preciso istante che, se custodita e coltivata, quell’intuizione cresce e matura nel cuore scalpitante di un giovane alla ricerca del proprio posto nel mondo. E’ l’amore che orienta e plasma ogni vocazione. E’ l’amore a sprigionare energia ed indirizzare l’anima inquieta nella ricerca. E’ accaduto diciassette anni fa a Chiara Corbella quando appena maggiorenne capisce di “aver fatto centro”, proprio nell’attimo in cui incontra colui che diventerà suo sposo, Enrico Petrillo.
Non stiamo raccontando la storia di un colpo di fulmine come tanti, questa è infatti una storia di santità. La testimonianza di una donna, esempio di generatività e donazione gratuita, che, accanto al marito, è divenuta una persona compiuta e completa, “ha fatto centro” come lei amava dire. “L’amore – scriveva – è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto di amore, viviamo per amare e per essere amati; moriamo per conoscere l’amore vero di Dio”. Amare fino e oltre la morte nella certezza che “siamo nati e non moriremo più”[1]. Questa l’eredità più grande lasciata da Chiara. La sua esistenza è durata appena 28 anni ed è stata segnata da tanta gioia, ma anche dalla croce: la perdita di due figli, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, entrambi spirati tra le braccia materne circa mezz’ora dopo essere venuti alla luce, rispettivamente nel giugno 2009 e nello stesso mese del 2010. Tra le patologie dei due, un’anencefalia lei e una grave malformazione viscerale alle pelvi con assenza degli arti inferiori lui, non c’era correlazione: diagnosticate durante i primi mesi di gravidanza non fermano Chiara ed Enrico dal fermo proposito di portare a termine la gestazione. “Nel matrimonio – scrive la Corbella – il Signore ha voluto donarci dei figli speciali: Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, ma ci ha chiesto di accompagnarli soltanto fino alla nascita, ci ha permesso di abbracciarli, battezzarli e consegnarli nelle mani del Padre in una serenità e una gioia sconvolgente”. “In quella mezz’ora – racconta Enrico in un’intervista a Vatican News – hanno avuto una vita piena. Noi abbiamo visto queste due creaturine andare in cielo: vedere come si sono addormentati è stato bello, una morte che vista così non mette paura. Loro ci hanno insegnato, a me e soprattutto a Chiara, ad andare in cielo”. Entro pochi mesi infatti arriverà per la coppia un’altra prova durissima: appena una settimana dopo la gioiosa scoperta di attendere un terzo figlio, Francesco, questa volta completamente sano, Chiara scopre di avere una lesione alla lingua, che presto si rivelerà essere un carcinoma. L’asportazione della massa avviene durante un primo intervento chirurgico il 16 marzo 2011, ma perché il male, o il drago come lo chiama lei, possa essere efficacemente affrontato, occorre una seconda operazione. “Per la maggior parte dei medici Francesco era solo un feto di sette mesi. E quella che doveva essere salvata ero io. Ma – annota Chiara– non avevamo nessuna intenzione di mettere a rischio la vita di Francesco per delle statistiche per niente certe che mi volevano dimostrare che dovevo fare nascere mio figlio prematuro per potermi operare”. Si legge ancora tra i suoi appunti: “Ora il Signore ci ha affidato questo terzo figlio, Francesco che sta bene e nascerà tra poco, ma ci ha anche chiesto di continuare a fidarci di Lui nonostante un tumore che cerca di metterci paura del futuro, ma noi continuiamo a credere che Dio farà anche questa volta cose grandi”. La logica non è evidentemente quella mondana, ma appartiene a chi ha fatto proprio l’annuncio del Kerigma. Alla trentottesima settimana il bambino nasce, per la madre iniziano subito i trattamenti di chemio e radioterapia. Nonostante le cure in un primo momento facciano ben sperare, è troppo tardi: Chiara ha metastasi ovunque, è una malata terminale. Esprime il desiderio di tornare a Medjugorje, proprio lì dove nell’estate 2002, di ritorno da una vacanza in Croazia, spinta dalla sorella, si era ritrovata quasi casualmente e aveva conosciuto l’uomo della sua vita, Enrico: “Voglio ritornare per chiedere la grazia, se possibile, di guarire o comunque di accettare questa situazione”. La accompagnano in pellegrinaggio circa 200 persone. Da quel momento in poi per Chiara sostenuta dal marito e dal padre spirituale che amministra loro quotidianamente i sacramenti, inizia l’attesa dell’incontro con lo Sposo. “Il paradosso –ha confidato il papà Roberto Corbella in un’intervista alla rivista “Se vuoi” – è che questo periodo lo ricordiamo come un periodo molto bello, in un’atmosfera tranquilla, di preghiera”, di misteriosa letizia. Sono parole che trovano riscontro nella foto, forse la più nota, che ritrae Chiara sorridente con la benda su un occhio: è stata scattata solo dieci giorni dopo la scoperta della malattia terminale. La nascita al cielo avviene a mezzogiorno del 13 giugno 2012. Prima di esalare l’ultimo respiro, Chiara saluta tutti: parenti ed amici, uno ad uno, con un “Ti voglio bene”. “Il sole si è spento per me quel giorno! – annota la mamma Anselma – Poi, si è accesa una luce più potente del sole a rischiarare le tenebre del mio cuore, era… è, il tuo sorriso impresso nella mia mente. Grazie Chiara! Questa croce l’hai portata senza gravare su chi ti circondava, sempre serena, sicura dell’amore che per te aveva nostro Signore”. Ai funerali, il 16 giugno partecipano in moltissimi: alla tristezza e al dolore per la perdita di chi non c’è più, si accompagna quella stessa gioia, carica di consolazione spirituale, che aveva caratterizzato le esequie dei piccoli Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni: “ciò che Dio ha preparato attraverso Chiara è qualcosa che non possiamo perdere”, ha ammonito in quell’occasione l’allora cardinale vicario della diocesi di Roma Agostino Vallini. Sarà il suo successore il cardinale Angelo De Donatis, sei anni più tardi, il 21 settembre 2018, nel decimo anniversario di matrimonio celebrato dai coniugi Corbella Petrillo ad Assisi, ad aprire ufficialmente, tra gli applausi di una Basilica di San Giovanni in Laterano gremita, l’apertura dell’inchiesta della causa di beatificazione di Chiara.
E’ definita dal porporato “un faro di luce”, “una parola attuale che lo Spirito sta dicendo alla sua Chiesa per aiutarla a vivere la chiamata alla santità, (…) nel servizio all’amore coniugale e alla vita”. Tra l’assemblea, nel primo banco di fronte all’altare quel giorno c’è emozionatissimo Enrico con in braccio il piccolo Francesco: “Chiaretta in cielo era necessaria! Tutta questa fama di santità – spiega commosso – è per me consolazione”.
Alla tomba presso il cimitero del Verano è un viavai quotidiano e continuo di giovani, soprattutto coppie di fidanzati e sposi. Oltre alla testimonianza di amore grande alla vita, di attenzione al prossimo (Chiara infatti avrebbe desiderato fare il medico o mettere a frutto le proprie energie in ambito umanitario) è l’esempio di amore sponsale quello che maggiormente attrae tanta gente. La virtù si prova nel fuoco: questo Chiara ed Enrico lo hanno sperimentato nei sei lunghi anni di fidanzamento. Un periodo tortuoso, “più duro della malattia” dirà significativamente lei negli ultimi mesi di vita, durante il quale, tra la paura di fronte a scelte definitive e la fatica di vivere cristianamente la castità, si sono lasciati più volte, giungendo finalmente alla vetta, al traguardo tanto anelato: l’essere una cosa sola in Cristo. “In cielo – commenta Enrico – Chiara sta facendo tanto bene. Questa freccia l’abbiamo scoccata insieme e quindi la sua gioia è la mia!”. “Siamo saliti insieme su questa collina. – hanno scritto in una poesia a due mani – Glielo avevamo promesso di amarci per tutti i nostri giorni. (…) Che miracolo la vita amore mio! Sempre a mani vuote davanti a Lui per tutta l’eternità sempre così, sempre così generoso di noi. E’ in Lui la vita e in te io ho vissuto Lui”. “Se starai amando veramente – ha detto Chiara in una delle sue ultime testimonianze– te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente, perché tutto è un dono. Come dice san Francesco: il contrario dell’amore è il possesso”.
[1] Questo il titolo di un libro sulla storia di Chiara Corbella Petrillo, edito da Porziuncola e scritto nel 2013 da una coppia di amici degli sposi.
Articolo tratto dalla rivista DMA. Leggi qui:
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