©Paolo Ondarza Radio Vaticana
50 anni fa, il 3 gennaio 1954, la Televisione debuttava nel mondo della comunicazione italiana, con il programma “Arrivi e partenze” presentato da Mike Bongiorno. Il servizio è di Paolo Ondarza.
Sono le 11 di domenica 3 gennaio 1954: la Rai parte con le sue prime trasmissioni ufficiali dai centri di Milano, Torino e Roma. Sono circa 15 mila gli apparecchi tv diffusi nel centronord della penisola. Per il sud bisognerà attendere qualche anno. La prima edizione del Telegiornale è interamente dedicata all’avvento di questo nuovo potente mezzo di comunicazione. Massimo Rendina, primo direttore del Tg dopo l’epoca sperimentale di Vittorio Veltroni.
R. – Per noi, il problema era proprio di portare l’immagine in tempo reale di fronte al pubblico; la difficoltà era che bisognava sviluppare la pellicola, a meno che non si fosse usciti in diretta, perché non c’era modo di registrare!
D. – Il suo giudizio sull’informazione attuale …
R. – Sono abbastanza critico, nel senso che tutto quello che interessa la società industriale, la società dell’Occidente, assume un certo valore rispetto a quello che invece è la realtà del mondo.
D. – 50 anni fa, quali erano i criteri che lei suggeriva ai suoi giornalisti?
R. – Il grande rispetto per la persona umana.
Il debutto del piccolo schermo fa seguito ai primi esperimenti avviati dall’Eiar nel 1929. Il presidente Rai è Cristiano Ridomi. L’annuncio delle prime trasmissioni da Roma ha la voce ed il volto di Nicoletta Orsomando, la cui testimonianza, insieme a quella di Mike Bongiorno e Raimondo Vianello, è stata raccolta da Antonella Palermo:
“Non ero molto emozionata perché televisori in Italia, a Roma poi in particolare, ce n’erano pochissimi; la dizione doveva essere perfetta, il modo di porgere doveva essere accattivante ma non certo intrigante … Una cosa abbastanza divertente che mi è capitata: noi, la sera, con la buona notte facevamo anche l’annuncio di tutti i programmi del giorno successivo, e quindi avevamo molti fogli in mano. Ad un bel momento, mi cade tutto e allora io, con la massima semplicità, mi abbasso, prendo tutte le mie cose, ritorno su e dico: ‘Scusate, ma mi erano caduti i fogli, adesso vi dico quello che c’è domani’”.
“Arrivi e Partenze” è il primo programma Rai in onda alle 14:30 e condotto da un giovane americano, fino a quel momento inviato dagli Stati Uniti e che da allora di strada ne farà tanta: il suo nome è Mike Bongiorno.
“Si decise di fare un grande programma per invogliare gli italiani ad acquistare il televisore, ed io dissi: ‘Negli Stati Uniti c’è una trasmissione che si chiama: la domanda da 64.000 dollari; potremmo fare una trasmissione così!’. E Pugliese mi disse: ‘Ma, qui in Italia è una cosa immorale regalare milioni!’. E io dissi: ‘Ma lo vada a vedere!’. Allora Pugliese andò negli Stati Uniti e mi disse: ‘Hai ragione’. Decidemmo di chiamarla ‘Lascia o raddoppia’. Partimmo con sì e no 40-50.000 televisori, e quando decidemmo di sospendere eravamo già arrivati a 4-5 milioni di televisori”.
Ma la Tv del ’54 è anche Varietà: un, due, tre è il titolo della fortunatissima trasmissione con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Ecco come se la ricorda quest’ultimo…
“C’era il fatto di affrontare questa esperienza, ma senza drammi, però, non capivamo l’importanza di questo mezzo. Nelle mie trasmissioni ero conosciuto per essere un po’ cattivo, cioè per prendere in giro gli ospiti … Il fatto è che uno può e deve cercare di divertire senza essere volgare. La volgarità è una strada più breve, più facile: puoi magari strappare una risata, ma alla fine rimane la volgarità”.
50 anni di fiction, show, sit comedies, sport e musica. Mezzo secolo che ha visto con gli anni un’evoluzione da una Tv da guardare ad una Tv sempre più ‘guardona’, quella dei reality show: discussa, criticata, ma sempre più presente.
Chi come Buongiorno, Orsomando, Vianello è stato protagonista della Tv nascente 50 anni orsono, muove non poche critiche all’attuale programmazione del piccolo schermo. Secondo Ettore Bernabei, presidente Rai per 14 anni e oggi alla guida di Lux Vide, la Tv attuale non va troppo condannata:
R. – Io non credo che il passato sia migliore del presente, credo che il pubblico sia molto migliorato e che non ci sia stato un corrispondente adeguamento degli operatori della televisione. Il pubblico ha acquistato questa capacità di scegliere. Purtroppo guarda anche certi spettacoli deteriori, ma nell’uomo c’è anche l’istintività.
D.– Il reality show è un genere che ha preso e sta prendendo sempre più piede con grande successo…
R. – E’ una brutta deformazione del grande teatro. E’ una turlupinatura del pubblico.
D. – In che cosa ha fatto scuola la televisione italiana in questi primi 50 anni?
R. – Nel riprodurre con gli sceneggiati i fatti della vita e dell’uomo, creatura di Dio.
D. – Ha un programma in mente tra i tanti?
R. – “Giovanni XXIII”, recentemente “Madre Teresa”, “Soraya”, “Leonardo” del regista Castellani, “l’Odissea” del regista Mario Rossi.
D.– Che cosa aspetta il futuro della televisione?
R. – Sempre un maggior rispetto dell’uomo come spettatore e non come consumatore.
D. – Lei è fiducioso al riguardo?
R. – Io sono fiducioso. Cominciano ad esserci delle buone università, un po’ meno in Italia, ma si sta cominciando anche qui, in modo che si possa arrivare ad avere degli operatori della televisione ben preparati, così come abbiamo dei buoni medici e dei buoni chirurghi, che possano dedicarsi ad una sfera ancor più delicata di quella del corpo umano, che è lo spirito umano.
E intanto la tivù italiana guarda al futuro, un futuro che con l’avvio dell’era digitale è già realtà.



