Giornata della memoria. La testimonianza di Settimio di Porto

Ricorre domani in Italia e in vari paesi Europei, tra cui la Germania, il “Giorno della memoria”  nell’anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Varie le cerimonie di commemorazione dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. A Roma si svolgerà il Quarto Convivio Parlamentare Nazionale, dedicato quest’anno al tema “La Famiglia alla luce della Shoah”: interverranno il rabbino capo della comunità di Roma, Riccardo Di Segni, il rettore della Pontificia Università Lateranense, mons. Rino Fisichella ed il segretario generale dell’Alleanza Chiese Cristiane Evangeliche in Italia. Per ricordare una pagina nera della nostra storia iniziata in Italia con l’emanazione nel 1938 delle leggi razziali, Paolo Ondarza ha raggiunto Settimio Di Porto, ebreo, che durante le persecuzioni naziste trovò rifugio presso i monaci trappisti dell’abbazia romana delle Tre Fontane. Sentiamo la sua testimonianza.

 

R. – La mattina del 16 ottobre, mia madre era scesa presto per prendere le sigarette, che venivano date con la tessera. Ritornò a casa terrorizzata: aveva visto i camion che stavano facendo razzia di noi ebrei, setacciando di casa in casa. Noi scappammo via, chi da una parte, chi dall’altra. Non sapevo dove era mia madre, dove era mio padre e dove i miei fratelli. Poi, grazie a mio cognato che aveva delle conoscenze, andammo dai frati trappisti all’Eur e, dopo esserci radunati con i miei fratelli e mio cognato, siamo stati lì fino alla liberazione. Per riconoscenza, dopo la liberazione, abbiamo realizzato una Madonna in marmo che è tuttora sullo stipite dell’abbazia. Non abbiamo mai pensato lontanamente che stando lì dentro ci potesse capitare qualcosa.

D. – Quindi, in un momento storico tanto difficile e di diffusa diffidenza ha incontrato la fiducia…

R. – Esatto. Abbiamo trovato proprio la fiducia nella trappa.

D. – Alla fine vi siete ritrovati tutti?

R. – Sì, perché avevamo un qualche rapporto o meglio ero io che avevo qualche rapporto con l’esterno perché ero quello rischiava un po’ più degli altri ed uscivo: andavo dalla mia fidanzata, di religione cattolica, che poi ho sposato e girando per le strade mi informavo della sorte dei miei parenti.

D. – Immagino che tra le sue conoscenze ci sia anche qualcuno che non ce l’ha fatta a sopravvivere?

R. – Sì, mia zia – la sorella di mio padre.

D. – Cosa ha saputo di lei?

R. – Ho saputo da mia cugina, che ha avuto la fortuna di ritornare, che il padre e la madre sono andati nelle camere a gas, a Dachau. Lei ha avuto la fortuna di incontrare un austriaco che la aiutava e le dava qualcosa da mangiare: così è riuscita a sopportare e quindi a ritornare… ma purtroppo è ritornata sola.

D. – Quali erano le torture a cui fu sottoposta?

R. – Lei non lo ha mai detto. Ma quando è morta, sul suo cadavere abbiamo trovato i segni delle cicatrici alle gambe. I medici hanno detto che erano i morsi dei cani,cioè  i doberman con cui i nazisti la torturarono.

D. – Signor Settimio, la Giornata della Memoria è un’occasione per ricordare una pagina nera, assurda della nostra storia…

R. – Sì e per non dimenticare vorrei dire soltanto questo: in tutta Europa si stanno riformando delle forme di antisemitismo: forse perché lo Stato di Israele è in guerra, ma la religione non c’entra niente con uno Stato libero ed indipendente. Vorrei fare soltanto l’appello che non si formino più queste forme di antisemitismo.

Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

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