«Triste e pur dolce giornata»
«2 nov. Il dì dei Morti. Triste e pur dolce giornata!». Così Biagio Biagetti apre la pagina del suo quinto diario nel 1936. È il primo 2 novembre senza la madre, Lucia Sorgentini, morta a Porto Recanati il 9 ottobre, a quasi novant’anni.

«Oggi più che mai i nostri cari morti ci sono vicini, nel pensiero e nelle preghiere», scrive. Sul tavolo ha il ricordino funebre preparato per il trigesimo: da una parte il ritratto della «santa vecchietta», dall’altra un suo affresco della Cappella del Crocifisso di Loreto, le Marie al sepolcro, con le parole «Resurrexit non est hic». Il pittore sceglie di accompagnare il lutto con la propria arte, e con l’annuncio della Risurrezione.

«Fu così pura e buona la mia santa vecchietta che il Paradiso deve essersi già aperto per lei!», conclude. «Contuttociò io prego ogni giorno per la cara anima bella e son certo che di lassù le sue preghiere per noi, per me, si intrecciano con le nostre». In queste righe c’è tutta la spiritualità del 2 novembre: la comunione tra vivi e defunti, il suffragio, la speranza. La stessa che Biagetti aveva tradotto in immagini molti anni prima, a Udine.
Udine, la cappella delle Anime Purganti
Nel 1911 il parroco di San Giacomo in piazza Mercatonovo, monsignor Giuseppe Tosolini, affida a Biagetti la volta della cappella «del Suffragio» o «del Purgatorio». L’opera, firmata con la sigla BB e datata 1912, è interamente costruita sul tema delle anime purganti, il cui culto a Udine è legato da sempre a quella chiesa. Biagetti la chiamerà poi, «un mio peccato in stile barocco»: lo stile gli era imposto dall’ambiente, ma lui si propose di evitare «preziosità e smancerie stilistiche, disadatte all’austerità del tema».
La volta si legge dal basso verso l’alto, come un cammino di purificazione. In basso, tra fiamme rosseggianti, le anime purganti hanno un’espressione «mista tra il dolore e la tacita rassegnazione», con gesti già quasi espressionisti. Sopra di loro Sant’Odilone, l’abate di Cluny che istituì la commemorazione dei defunti, supplica in ginocchio; due angeli portano in alto la sua preghiera. Più su, sette figure femminili, le virtù, si oppongono ai sette vizi che le anime stanno espiando; in cima, quasi dissolta nella luce, la Madonna con il Bambino ascolta e intercede.

Ai lati, due gruppi di tre figure sedute dicono in latino il senso di tutta la cappella. Da una parte la Giustizia («Non uscirai da lì finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo», Mt 5,26), la Misericordia e il Dolore. Dall’altra le tre opere del suffragio: la Preghiera («La mia preghiera sia incenso che sale fino a te», Sal 141,2), l’Elemosina e il Digiuno.
Per correggere una leggera asimmetria del soffitto, Biagetti aggiunse tre angeli con rami di mandorlo fiorito, simbolo della Risurrezione, e una fascia con le parole «Ad te omnis caro veniet», «a te ritorna ogni anima mortale», tratte proprio dalla liturgia della Commemorazione dei fedeli defunti. Nelle vele sopra le finestre, eseguite da Enrico Gorgaccini su suo disegno, lucerne ardenti tra rami d’ulivo e capsule di papavero accompagnano il versetto «Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis». Nella lunetta sopra l’altare, la Fede regge la croce: «rappacificando con il sangue della sua croce le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,20).
San Giuseppe, patrono degli agonizzanti
A Udine Biagetti tornò nel luglio 1925, chiamato dallo stesso monsignor Tosolini, «anima bella di sacerdote e di patriota», a completare la cappella. Disegnò scomparti e ornati delle pareti, poi eseguiti da Enrico Miani, e dipinse a olio le tele con Gesù, San Pietro e gli apostoli, i Sacri Cuori di Gesù e di Maria e la pala di San Giuseppe patrono degli agonizzanti. Nei taccuini annotò le misure dei quadri e perfino la direzione della luce che entrava dalle finestre, per accordare i colori all’ambiente.
La scelta del soggetto non è casuale. Accanto alle anime che attendono la purificazione, la cappella del suffragio accoglie il santo che la tradizione invoca per l’ultima ora: Giuseppe, morto secondo la pia tradizione tra le braccia di Gesù e di Maria, è il patrono della buona morte. Al pensiero dei defunti si unisce così la preghiera per chi sta per lasciare questa vita.
Le tele del Primato di Pietro e dei Sacri Cuori furono collocate tra il 28 e il 30 luglio 1926. La pala di San Giuseppe arrivò un anno dopo, il 17-18 agosto 1927. Quel giorno Biagetti chiuse il suo rapporto con la città friulana con due parole malinconiche: «Udine Addio!».

Le case dei morti

Il 2 novembre è anche il giorno dei cimiteri, e Biagetti vi ha lasciato più di un segno. Tra i suoi primi lavori c’è la decorazione della cappella funeraria Leoni nel cimitero di Recanati, oggi purtroppo in grave degrado. Nel 1905 viene la tomba Santarelli a Jesi, progettata dall’ingegnere Quadrio Pirani: in facciata un mosaico con il «Dolore cristiano», all’interno affreschi con motivi «ispirati all’arte cimiteriale» e i quattro Novissimi, morte, giudizio, inferno e paradiso.
La tomba di famiglia a Porto Recanati
La tomba più personale è quella che Biagetti costruì per sé e per i suoi nel cimitero di Porto Recanati. Versò la prima rata già nel 1928; la concessione è del 31 dicembre 1934. La cappella in mattone rosso marchigiano reca in facciata il mosaico del Cristo morto sostenuto da due angeli: il corpo di Gesù quasi bianco, i volti rosei degli angeli, «in un contrasto tra la morte appena avvenuta e la vita eterna ormai conquistata».
All’interno, sopra l’altare, l’Angelo della Risurrezione addita il sepolcro vuoto. Il diario permette di datarne il cartone: il 21 marzo 1936 Biagetti scrive di aver «completamente finito il disegno al vero per il mosaico nell’interno della mia tomba», da consegnare allo Studio Vaticano del Mosaico che lui stesso dirigeva. Di quell’angelo lasciò una lettura commovente: «mi dice dolcemente che non quaggiù siamo felici, non quaggiù dovremo abitare per sempre, ma pellegrini ci avviamo verso un luogo ove tutto è luce e tutto è gaudio sempiterno».
Sette mesi dopo, la tomba accolse per prima proprio la madre. «Così è toccato alla santa vecchietta di entrare per prima nella tomba di famiglia, che io stesso ho preparato per me e per i miei», annota il 16 ottobre 1936. Pochi giorni dopo vi fece traslare anche il padre, morto nel 1922, nel loculo di fronte: «Così i miei due vecchi si sono ora ritrovati l’uno di fronte all’altro, nel silenzio del sepolcro». Dal 1948 vi riposa lo stesso Biagetti, e dal 2018 la figlia Fiorella.
Il mosaico interno è integro; quello della facciata, esposto alle intemperie, ha perso negli anni molte tessere. La figlia IFiorella le raccoglieva da terra a ogni visita e le conservava in un sacchetto, sperando che un giorno qualcuno restaurasse l’opera. Quel giorno sembra finalmente vicino: la tomba sarà oggetto di un prossimo restauro.

La piramide di Beniamino Gigli
All’inizio del 1944 Catervo Gigli, scultore e fratello del grande tenore, chiede a Biagetti di decorare l’interno della tomba di famiglia a Recanati, una piramide da lui stesso progettata. «Le superfici da ornare sono tutt’altro che agevoli, farò del mio meglio», risponde il pittore. I suoi cartoni vengono riportati sull’intonaco con lo spolvero ed eseguiti a tempera dal recanatese Arturo Politi.

Sulla parete di fondo, sopra il sarcofago, il Cristo risorto nel giorno del Giudizio sta in una mandorla di luce con particolari a foglia d’oro, tra due angeli inginocchiati con le lucerne. Sulle pareti laterali altri quattro angeli impersonano le virtù: la Fortezza, la Giustizia, la Temperanza, la Moderazione. Sotto, le parole di San Paolo: «Omnes resurgemus», tutti risorgeremo, e «Absorta est mors in victoria», la morte è stata inghiottita nella vittoria (1Cor 15,52.54). In alto, il sole e la luna.
È un’opera nata in piena guerra, con il figlio Franco prigioniero dei tedeschi dal 1943. «È un soggetto non davvero discordante col mio stato d’animo», scrive Biagetti, e ringrazia Dio per averlo assistito «pur in questo terribile periodo in cui si pensa a ben altro che a cose di bellezza». Dal 1957 nel sarcofago riposa Beniamino Gigli. La tomba, gravemente danneggiata dalle infiltrazioni d’acqua, fu restaurata nel 2018 da Simone Settembri, con un intervento promosso dal Comune di Recanati e finanziato con l’Art bonus. In poco meno di sei anni, però, le pareti esterne sono tornate a coprirsi di nero. Nel marzo 2025, in occasione dei 135 anni dalla nascita del tenore, l’amministrazione comunale ha annunciato un nuovo intervento di recupero (Il Resto del Carlino; ne ho scritto qui).

La morte inghiottita nella vittoria
Il versetto paolino scritto nella tomba Gigli non era nuovo per Biagetti. Vent’anni prima, tra il 1920 e il 1922, lo aveva posto sulla volta della Cappella espiatoria per i morti della Grande Guerra nel Duomo di Parma, dove «il grido di S. Paolo “Absorta est mors in victoria” sintetizza il tema essenziale». Ai piedi del Sacro Cuore aveva dipinto soldati di nazioni diverse in atto di riconciliarsi: una speranza che nel 1945, in piena seconda guerra mondiale, avrebbe definito «purtroppo delusa, annientata».
Da una guerra all’altra, dalla cappella dei caduti alla piramide del tenore, il pittore torna alle stesse parole. Per lui la memoria dei defunti non è mai solo lutto: è attesa. Lo dicono gli angeli con i rami di mandorlo a Udine, l’Angelo della Risurrezione sulla sua stessa tomba, il «Resurrexit non est hic» scelto per il ricordino della madre.
E lo dice la preghiera con cui, il 9 ottobre 1936, chiude la pagina del diario scritta poche ore dopo la telefonata che gli annunciava la morte della madre: «Requiem aeternam dona eae Domine, et lux perpetua luceat eae; Requiescat in pace. Amen». È la stessa luce perpetua che, venticinque anni prima, aveva fatto ardere nelle lucerne della cappella di Udine.
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