34 anni di attività a sostegno delle maternità e della genitorialità difficili con progetti di aiuto personalizzati, immediati e concreti. E’ la storia del Centro di Aiuto alla Vita Cav Mangiagalli di Milano, fondato in un ospedale pubblico nel 1984: solo sei anni dopo l’entrata in vigore in della legge 194 che, nel 1978, ha introdotto in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza. Nel sentire comune quel provvedimento è sempre stato chiamato “legge sull’aborto”, ma la sua originaria finalità, come espressamente dichiarato nel testo, fu la definizione di “norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”. Quindi non una legge per l’aborto, ma una legge per la tutela della maternità.
Al Cav Mangiagalli questo lo hanno sempre saputo. La fondatrice e prima volontaria Paola Marozzi Bonzi, tuttora anima del Centro ha infatti subito colto la necessità di porsi in ascolto attivo delle donne in difficoltà a portare a termine la gravidanza e in poco più di tre decenni sono stati 21945 i bambini aiutati a nascere.
“Come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare?”, si è chiesto Papa Francesco nell’udienza generale del 10 ottobre 2018 mettendo in luce quell’ “approccio contraddittorio che consente anche la soppressione della vita umana nel grembo materno in nome della salvaguardia di altri diritti”. Tutelare la vita a 360 gradi è stato un obbiettivo costante per Paola Bonzi, madre di due figli e nonna di 4 nipoti, non vedente dall’età di 23 anni. Un impegno a tutto campo portato avanti anche fuori dall’Italia: nel 2016 ad esempio, su invito del Patriarcato di Mosca, ha parlato della sua attività pro-life di fronte ad operatori sanitari provenienti dalle varie regioni russe: da lì è nata l’idea di aprire un Centro di Aiuto alla Vita a Mosca. “Oggi è nata una mamma”, è il titolo di uno dei suoi libri più noti: evitare un aborto infatti secondo l’autrice significa consentire ad una maternità di sbocciare. Mai ideologica nell’approccio, la fondatrice della Cav Mangiagalli è dunque apprezzata a livello internazionale e in modo trasversale: basti pensare che a sostenere il suo nome nella corsa all’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza concessa dalla città di Milano, assegnatole nel 2013, sono state anche personalità provenienti dal mondo radicale e pro-choice. Le donne che dopo averla incontrata, hanno deciso di aprirsi alla vita, raccontano tutte di non essersi mai sentite giudicate nella loro iniziale motivazione ad abortire. “La mia passione per il sostegno alla vita nascente – ci spiega Paola Bonzi – viene da una mia esperienza personale di gravidanza difficile, durante la quale ho sperimentato la solitudine della madre che ha per diretto interlocutore soltanto il suo bambino, e dal clima socio politico di quegli anni, Solidarnosc a Varsavia, dove le donne che avevano fatto nascere il proprio figlio si proponevano per aiutare le altre che arrivavano all’ospedale per abortire. Dalla loro esperienza ho immaginato di poter anch’io entrare in un ospedale, la Clinica Mangiagalli di Milano, per ascoltare le donne in difficoltà per una gravidanza difficile e indesiderata. Dall’ascolto nasce un progetto di aiuto in cui si cerca di rispondere ai loro problemi, così che possano accettare la vita del proprio bambino”.

Al Cav Mangiagalli lei ha aiutato tante donne a “vedere”, riconoscere e quindi accogliere ciò che altri non vedono: una vita umana, una “persona”, al di là di ciò che per alcuni è solo un “grumo di cellule”. Come è possibile vivere questa “conversione” di punti di vista?
“Al Centro di Aiuto alla Vita abbiamo un “magico” libretto che mostra le fotografie delle varie fasi di crescita del figlio. Da queste fotografie si evince immediatamente che un piccolo bimbo a 5/6 settimane di gestazione ha già le fattezze di un appartenente alla specie umana. Ma non è solo questo; ciò che risulta più importante è accogliere la madre, perché si accorga delle proprie risorse interne, così da realizzare che dentro di se c’è una vita, che non ha chiesto di venire al mondo, e di cui è responsabile. Scoprire le proprie risorse la fa sentire in grado di portare avanti la gravidanza, naturalmente con i nostri aiuti”.
Lei è non vedente. Come questa difficoltà l’ha accompagnata e la accompagna durante la sua attività a sostegno della vita?
“Non mi pare che questo abbia costituito un inciampo particolare. Io non vedo, ma mi accorgo delle posture e soprattutto sento i respiri, i singhiozzi, il piccolo rumore delle lacrime delle donne che ascolto. Allora metto in atto la mia professionalità, improntata da un affetto che loro percepiscono”.
Come si rapporta alle donne in difficoltà che bussano alla vostra porta?
“Io sono consulente familiare, esperta in relazioni familiari. Con le persone che arrivano metto in atto un “setting” professionale per stabilire una “relazione di aiuto”, fatta di ascolto e progettualità”.
Cosa dice a chi invece sceglie di abortire? Quanto è importante in quest’ambito la dimensione dell’accoglienza e del dialogo, del confronto ?
“Di solito, soprattutto all’inizio del colloquio, faccio pochissime domande. Lascio infatti che le donne si raccontino. Il mio non dire lascia grande spazio alla donna, che sente che quel tempo e quel posto sono completamente per lei, che sa benissimo di avere dentro di sé la vita. Non servono sermoni o giudizi negativi, la donna accolta può diventare capace di accogliere a sua volta”.

Nella sua attività lei entra a contatto con donne giovani, che forse in ragione della distanza generazionale potrebbero avvertire una certa estraneità o rifiutare un modello ritenuto “antico”, “conservatore”, troppo “cattolico”. Come si può essere autorevoli in materia di promozione della cultura della vita in un mondo che cambia velocemente e sembra sempre più condizionato da quella che il Papa definisce “cultura dello scarto”?
“Alle persone in difficoltà sulla decisione di proseguire o meno la gestazione, serve incontrare qualcuno che dimostri comprensione e affetto. Forse non essere più giovane è un valore aggiunto, perché l’idea di abortire viene quasi sempre da una relazione negativa con la madre. Incontrare una figura materna, disponibile e affettuosa, seppur professionale, può solo essere vissuto come momento positivo di incontro. Io sono “antica”, ma non porto nella relazione né motivi tradizionali né tanto meno religiosi”.
Quanto la donna incinta, con difficoltà a portare avanti la gravidanza, oggi è accompagnata dalla società, dalla Chiesa?
“Purtroppo devo dire molto poco; la società non fa nulla e la Chiesa si occupa soprattutto di donne in difficoltà con il bambino già nato. La gravidanza, soprattutto nel primo trimestre, non viene presa in considerazione e il piccolo bimbo non interpella nessuno, perché non si vede, non si sente, non si tocca.
Dunque, per la mentalità corrente, è come se non esistesse”.
Tante donne sole. Dove sono gli uomini? Se per molte donne la gravidanza è una questione prettamente femminile, ci si chiede se una rinnovata cultura fondata sulla reciprocità uomo donna, possa contribuire a vedere con occhi diversi il tema della difesa della vita. Quanta strada c’è ancora da percorrere?
Gli uomini spesso sono latitanti. Non esistendo più l’istituzione del matrimonio come condizione di patto sociale, tanti uomini, davanti alle difficoltà che la nascita di un bambino comporta, rifiutano di assumersi le proprie responsabilità.
La reciprocità uomo-donna non può che essere positiva, se vissuta con amore e rispetto. Si può vivere insieme senza occuparsi del bene dell’altro. La strada è lunga, ma anche impervia. Si deve prendere in considerazione che l’altro è una persona con le proprie caratteristiche e i propri diritti. Oggi si tende ad assoggettare. Il modo di vivere bene insieme si apprende in famiglia; nei nostri anni però, la famiglia raramente si incontra per stare insieme, per scambiarsi opinioni, per dialogare. L’individualismo è una mina vagante e non aiuta certo la costruzione di un percorso comune in cui ciascun componente può dire le sue opinioni, le sue aspirazioni, i suoi malesseri, perché si possano superare, tutti insieme, i momenti difficili che inevitabilmente la vita propone”.
Articolo tratto dalla rivista DMA. Leggi qui:




