Donna educatrice

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Un grande desiderio di andare in missione, coltivato fin da giovane. Poi la chiamata e la partenza per la Bolivia con le suore domenicane del Sacro Cuore di Gesù il 24 febbraio 1989. E’ la storia di suor Micaela Princiotto, 56 anni, siciliana di Messina, ancora oggi presente nel paese latinoamericano dove nel 2000 ha fondato le Missionarie delle Beatitudini con le quali svolge un’opera di apostolato in ambito educativo.download.jpg

A Santa Cruz de la Sierra la religiosa è alla guida della Casa Editrice Bienaventuranzas che pubblica materiale didattico in tutto il Paese; inoltre dirige l’istituto educativo Josefina Balsamo, composto da dieci centri di istruzione, frequentati da circa 12.000 studenti  e nel paese latinoamericano ha aperto 16 scuole. Le tante iniziative di formazione nelle quali suor Micaela si spende con entusiasmo sono gratuite e riconosciute da molti insegnanti di scuole pubbliche e private quali validi aiuti nell’esercizio della professione. “L’educazione – racconta la suora – è fondamentale in ogni contesto del mondo, ma lo è particolarmente in Bolivia, uno dei paesi più poveri dell’America Latina. Bisogna aprire spazi di opportunità tra la gente! Una nazione è povera e rimane povera se la sua gente non viene istruita e aiutata a crescere. Educazione non vuol dire solo scuola e libri. Essa è la base dello sviluppo umano: non a caso Gesù era chiamato da tutti “maestro”. L’educazione porta alla bellezza e alla bontà. Chi vuole lavorare con i poveri in Bolivia deve occuparsene! E’ davvero una periferia abbandonata, assente dalle agende politiche dei governi degli ultimi trent’anni”.  “Ultimamente – spiega – si tenta di ideologizzare l’educazione al fine di manipolare più facilmente la povera gente, il cui livello culturale è davvero basso. Se le persone restano ignoranti è più facile soggiogarle”. L’impegno della religiosa italiana nell’ambito dello sviluppo umano integrale è stato premiato nei mesi scorsi con l’onorificenza del “Patujú di Bronzo” (fiore simbolo della Bolivia) assegnato a chi con il suo impegno contribuisce alla crescita del Paese.

Ma è facile per una donna in Bolivia lavorare in prima linea nel campo dell’educazione?

Vengono in mente le riflessioni del Papa, pubblicate nel recente libro-intervista Latinoamerica del giornalista Hernán Reyes Alcaide: riferendosi al ruolo del genio femminile nella Chiesa in Sudamerica Francesco spiega che sarebbe riduttivo conseguire il solo obbiettivo di consentire alla donna di “fare le stesse cose di un uomo. C’è infatti un ruolo, un luogo nella Chiesa che appartiene solo alla donna. La Chiesa è donna, sposa e madre”. “Donna – commenta suor Micaela – vuol dire maternità e per maternità non si intende solo quella fisiologica. La madre infatti cerca sempre il bene dei figli. Noi come religiose, con il nostro voto di castità, con il nostro aprire il cuore al mondo intero e non solo ad un gruppo ristretto di persone, cerchiamo il bene di ciascuno, soprattutto dei più deboli e fragili”. “I bambini in particolare meritano tutta la nostra attenzione perché hanno diritto ad una vita dignitosa e quello che facciamo per loro è sempre poco”.

Suor Micaela, oggi nella Chiesa in Bolivia, e più in generale in Latino-America, il ruolo della donna è adeguatamente valorizzato?

“Non credo. C’è ancora tanto cammino da fare. La donna ha tanto da dare alla Chiesa e non mi riferisco alle faccende domestiche da sbrigare nella canonica di una parrocchia (sorride)! Maria è l’esempio da seguire. Maria ha dato al mondo Gesù, è Maria che ci porta a Lui. Non ha avuto paura di mostrare Gesù ai Magi o ai pastori: una madre poteva anche essere gelosa e proteggere il figlio dallo sguardo di visitatori stranieri. Maria non ha avuto paura di far conoscere il suo bambino. Il ruolo della donna è questo. Abbiamo infattti una capacità diversa rispetto agli uomini di condividere Gesù con i fratelli nella vita di ogni giorno. Io non sono una sostenitrice del sacerdozio femminile, non è un tema che ho a cuore: non credo sia necessario essere sacerdote per avere un ruolo nella Chiesa. Ciò che importa è la vicinanza, farsi prossimo al fratello che hai al tuo fianco, promuovere la sua dignità”.

Cattura3.JPGOggi ravvisa un’accresciuta reciprocità uomo-donna nella società latinoamericana?

Non ancora. Anche qui il cammino è molto lungo sia per gli uomini che per le donne. Mi colpisce sempre l’anelito femminista alla libertà di autodeterminarsi. La volontà di “padroneggiare” il proprio corpo – fatto per essere donato – finisce per negare la femminilità. Noi donne dobbiamo essere coscienti del nostro valore e della nostra reciprocità con gli uomini. Anche i maschi hanno tanto da imparare: spesso si sentono più sicuri quando comandano, dominano, quando hanno la certezza che nessuno compete con loro. Ma dovremmo tutti comprendere che non si tratta di una competizione, ma di una reciprocità, abbiamo bisogno di sostenerci vicendevolmente. Penso al bellissimo esempio di mia madre e mio padre: un uomo, una donna, insieme costituivano un’umanità perfetta. Ringrazio Dio per avermeli donati! Il matrimonio e la famiglia sono la prima scuola per le nuove generazioni”.

Si avvicina il sinodo dei giovani. Cosa vuol dire oggi fare educazione tra i giovani in un mondo che si va trasformando velocemente? Quali rischi e potenzialità vede?

E’ un tema che mi appassiona molto: oggi si sta creando una spaccatura generazionale enorme, una delle più profonde della storia. I nostri giovani sono nativi digitali, mentre noi adulti siamo chiamati ad essere colonizzatori digitali. La nostra concezione del mondo delle relazioni e delle comunicazioni è totalmente diversa rispetto a quella dei “nostri” figli. La relazione per i giovani si realizza attraverso un tablet o uno smartphone: è tecnologica! Da una parte le reti sociali hanno annullato le distanze, trasformando il mondo in un’unica grande casa. In questa casa ci sono anche pericoli: la pornografia, la pedofilia, la violenza in generale.  Purtroppo noi adulti non siamo sempre capaci di educare e orientare e continuiamo a ragionare con le nostre categorie. Bisogna essere attenti ai segni dei tempi. Pensando alla Chiesa in Bolivia: nelle parrocchie continuiamo a fare catechesi come vent’anni fa e i bambini perdono interesse ad apprendere. La sfida, in primis per i genitori che sono i primi educatori, è quella di sintonizzarci sulle frequenze dei giovani. Non dobbiamo aver paura di utilizzare la tecnologia in modo corretto e positivo.

Voi questo lo fate attraverso l’attività della Casa Editrice Bienaventuranzas…

Sì, abbiamo creato una versione digitale di tutti i nostri libri cartacei. E’ una sfida. Vogliamo aiutare i maestri ad uscire dalla loro reticenza digitale e a mettersi in sintonia con gli alunni. E’ un lavoro arduo, ma appassionante. Dobbiamo apprendere il linguaggio della tecnologia per comprendere i nostri giovani e farci comprendere da loro.

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Non c’è il rischio di perdersi? Non ci sovrasta la tecnologia?

Non credo. Quando Dio creò l’universo, alla fine creò Adamo ed Eva: erano i più piccoli di tutto l’universo creato. A loro, così fragili, Dio ha affidato la custodia dell’intero Creato. Ebbene la tecnologia sembra sovrastarci con i suoi continui cambiamenti, ma non dobbiamo averne paura. Un robot funziona solo perché una mente umana l’ha fatto funzionare. Io credo che oggi Dio ci dica: “siate custodi della tecnologia, non lasciatela alla deriva, utilizzatela per il bene!”.

Educazione vuol dire anche prossimità alle periferie esistenziali: penso ai poveri che in Bolivia non mancano. Quale il vostro approccio a questa realtà?

E’ una delle realtà più dure. Siamo presenti ad esempio con un progetto nelle discariche di Santa Cruz de La Sierra. Questa città è la capitale economica della Bolivia; ci sono zone ricche che sembrano europee per il grado di benessere, ma a pochi chilometri da lì, c’è gente che mangia ciò che gli altri buttano nella spazzatura. Sono cose che ti rompono l’anima e che, una volta toccate con mano, non ti lasciano in pace. Ogni volta che a un bambino manca un pezzo di pane, ognuno di noi dovrebbe chiedersi “io dove sono?”. Il povero è colui che più ti interpella, da senso alla tua vita. A volte possiamo perderci in tante sovrastrutture, anche tecnologiche, e ci scordiamo di quello che vuol dire essere veramente umani. Essere umani vuol dire avere bisogno di poche cose, tornare all’essenzialità.  I poveri ci ricordano questo. Allora diventa una grazia poterli avvicinare”.

 

Articolo tratto dalla rivista DMA. Leggi qui:

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Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

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