Femminicidio. E’ tempo di un femminismo inclusivo. Parola di Therese Hargot

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Dalla rivista Dma

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“Quante donne sopraffatte dal peso della vita e dal dramma della violenza! Il
Signore le vuole libere e in piena dignità”. In un tweet pubblicato in occasione
della Giornata Internazionale controla violenza sulle donne, il Papa ha dato
voce alla preoccupazione della Chiesa per tutti quei casi in cui la forza fisica
dell’uomo tende a voler soggiogare la donna, snaturando la condizione di
reciprocità tra i sessi inscritta nell’ordinedella creazione. Questo sfregio
all’ecologia umana raggiunge il suo climax nel passaggio progressivo dallo
stalking all’assassinio.

Il dramma del fenomeno mediaticamente noto con il neologismo di femminicidio che ormai quasi quotidianamente riempie le cronache e le agende politiche, richiede un esame attento che si concentri sul contrasto all’efferatezza di un crimine che vede contrapposti in un rapporto insano l’uomo e la donna. Si avverte come impellente la necessità di combattere una piaga che ha indubbie radici culturali e di comprendere a
fondo l’odierna crisi del maschile e del femminile. Sarebbe fuorviante e
dannoso, affidarsi a letture ideologiche del fenomeno che propongono come
soluzione, una lotta agli stereotipi di genere nei quali la prevaricazione sulla
donna viene intesa come massima espressione della lotta di classe marxista.

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Difficile scattare una fotografia della violenza sulla donne nel mondo. A
seconda dei contesti geografici infatti emergono caratteri diversi: violenza
psicologica, fisica, matrimoni forzati, mutilazioni genitali, aborto e/o
sterilizzazione forzati, schiavitù sessuale e sfruttamento procreativo. In
Europa circa 13 milioni di donne sono vittime di violenze. Sebbene in Italia il
“rischio omicidiario” sia relativamente basso nella media del Continente, nei
primi sei mesi del 2016 si sono contate 74 donne uccise dai loro compagni, il
dato rimane alto e non può essere sottovalutato.

Occorre prevenzione,dicono gli esperti, e incoraggiare le vittime a denunciare: “ogni femminicidio è una morte annunciata”, spiega Consuelo Corradi prorettore della Lumsa di Roma e studiosa di violenza sulle donne. “Esso è preceduto da episodi di
stalking e violenze fisiche e verbali”. “Esiste una questione maschile, un
vuoto di identità seguito alla crisi dei ruoli tradizionali”. Secondo Tonino
Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici
“assistiamo ad un cortocircuito del conflitto relazionale con uomini fragili, ma
aggressivi: occorre una prevenzione ed una educazione alla relazione che
inizi già nell’infanzia”. “Che idea del corpo si costruiscono i nostri figli – si
chiede–bombardati troppo e troppo spesso da immagini e stimoli erotici
espliciti. Cantelmi non condivide l’impostazione dei programmi educativi
ispirati alla teoria gender che definisce “forme ideologiche di indottrinamento”.

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L’appello è ad una nuova educazione alla relazione, in mancanza della quale,
con la complicità di adulti distratti e assenti, si rischia di abbandonare
l’infanzia alla “tecnomediazionedei rapporti interpersonali o ai troppo attraenti
e pervasivi videogiochi”, spesso infarciti di violenza sessuale. Anche per
Therese Hargot, giovane sessuologa filosofa belga, autrice del libro “Una
gioventù sessualmente liberata (o quasi)”, edito da Sonzogno, “il problema è
educativo”. Le abbiamo chiesto se, a suo modo di vedere, esiste un nessotra la pornografia dilagante, la società altamente erotizzata nella quale
viviamo e la violenza sulle donne.

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Ecco come ci ha risposto:

R.- Il consumo maschile della pornografia permette di nutrire e incoraggiare
l’ideale di dominazione maschile e sottomissione femminile e spinge poi a
riprodurlo nella vita. La pornografia è molto consumata e produce umiliazione
nei confronti delle donne. L’immenso problema è che la pornografia è
consumata sempre prima dai bambini nella loro infanzia, spesso lasciati in
balia di smartphone o pc, fuori dalla supervisione di un adulto.. Dunque
questa violenza parte dal mondo virtuale e finisce per entrare di prepotenza
in quello reale. Oggi questo è un problema enorme.
Uomini che uccidono le donne. Siamo di fronte ad una nuova
emergenza?
R. – Sì,notiamo tanta violenza nei confronti delle donne proprio in un’epoca in
cui parliamo tanto di rispetto, di dialogo, di uguaglianza e di discorsi sulla
parità. Come se questa violenza fosse una vendetta fatta contro le donne. Gli
uomini hanno bisogno di dominare perché si sentono minacciati nel loro
ruolo, nel loro potere. Ci sono anche molte violenze che vengono vissute
all’interno dell’intimità coniugale, sessuale, Spesso è un fenomeno nascosto.
Quello che si può notare è che, stigmatizzato nella sfera pubblica, il rapporto
di dominazione- sottomissione riaffiora e si riversa nella sfera intima. E’ un
paradosso.
E’ possibile prevenire questi omicidi e altri casi di violenza domestica?
R.- Penso sia importante vivere al giorno d’oggi un femminismo inclusivo, che
includa gli uomini. Per non esacerbare questo sentimento di violenza negli
uomini, bisogna che comprendano che hanno un guadagno se le donne
raggiungono un posto nella società. Fintanto che contrapponiamo gli uomini e
le donne in una specie di guerra tra i sessi, ogni donna che viene uccisa è
vittima di questa guerra. Bisogna che sviluppiamo un femminismo della
riconciliazione con gli uomini. Vogliamo che il cambiamento della società
che cerchiamo permetta agli uomini e alledonne di amarsi di più. Invece
questa contrapposizione è spesso incoraggiata dai media e le donne ne sono
le prime vittime.

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Esiste un vuoto di identità maschile?
R.- Sì. Oggi assistiamo visibilmente alla crisi della mascolinità. Gli uomini non
sanno come comportarsi con le donne: se scegliere il modello del “bravo
ragazzo” o quello del “macho”. Lo osservo con i giovani e anche nel mio
studio privato: gli uomini hanno smarrito la loro identità. Le donne si sono virilizzate destabilizzando gli uomini. Le donne dovrebbero valorizzare e
accogliere la loro femminilità per permettere agli uomini di fare altrettanto con
la loro virilità. Ognuno può essere ciò che è, senza competizioni.
Si potrebbe obbiettare che il problema della violenza sessuale risale a
tempi ben più lontani da quelli odierni. Per molti la soluzione è nella
lotta ai cosiddetti stereotipi di genere, condotta a scuola, sui mezzi di
informazione e a livello politico. Secondo lei questa strategia è efficace?
R.- A dire il vero, parlo per la Francia, i casi di violenza sono in aumento
dall’introduzione di questa strategia basata su programmi gender-friendly. In
realtà bisogna capire a che livello della crescita e dello sviluppo della
personalità, specie infantile, si viene a contatto con questi stereotipi di
genere. Mi spiego: c’è un età in cui questi stereotipi possono essere
addirittura positivi e aiutare lo sviluppo, la conoscenza della propria identità
sessuale e il rapporto con essa. Ovviamente poi in età adulta è bene liberarsi
dagli stereotipi negativi. Ciò che voglio dire è che gli stereotipi rappresentano
nell’infanzia dei codici espressivi: i bambini utilizzano ad esempio il
travestimento o l’imitazione dei ruoli adulti per rispondere alle loro domande
esistenziali. Vogliono sapere se sono degni di amore o valorizzati dai loro
genitori. Si travestono da Spiderman o da Elsa di Frozen… ma questo non
vuol dire che bambine che giocano a fare le “casalinghe” in futuro saranno
“angeli del focolare”. Se non si forniscono dei punti di riferimento ai bambini,
essi andranno a cercarsene altri ed è probabile che possano imbattersi in
modelli violenti. Il problema è che gli adulti trattano i bambini da adulti e,sulla
questione degli stereotipi di genere,impongono il loro punto di vista: il
contrasto tout court.

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Come nella stragrande dei fatti di cronaca, anche dopo l’omicidio di una
donna per mano del partner o dell’ex, a volte i conoscenti commentano
stupiti:“era una coppia così bella”; e la conclusione è in alcuni casi:
“spesso i killer sono uomini insospettabili, padri di famiglia, timorati di
Dio”. Una lettura di questo tipo, lascia un senso di minaccia e di
impotenza addosso. Non sarebbe anche corretto chiedersi “dov’è la
comunità”? La coppia era inserita in una rete sociale?
R.- Quello che mi chiede è se la comunità oggi è distaccata dalle vicende
della coppia? Se manca un interesse sociale nei confronti del vicino? Sì,
sicuramente. La violenza però si spiega anche con una dinamica malata
vissuta da molte coppie che è quella fusione-simbiosi. La fusione da principio
è molto confortevole, ma produce immancabilmente le distruzione. Una
coppia che, in un modo o nell’altro, è rinchiusa su se stessa, chiusa all’esterno, si assume il rischio della violenza perché si priva del sostegno della comunità.

Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

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