Foibe. Un massacro occultato da non dimenticare

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“Non esistono tragedie di serie A e tragedie di serie B”. Così il vicepresidente del Consiglio italiano, Gianfranco Fini, ha ricordato oggi la tragedia delle Foibe e degli esuli giuliano-dalmati che fece seguito alla Firma del trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Già il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, aveva invitato ieri il Paese a “fare memoria  con dolore e rispetto”. E tra oggi e domani alla Camera i gruppi  parlamentari sceglieranno se istituire o meno la proposta di  legge su una giornata della memoria: un’iniziativa per non dimenticare un doloroso, troppo a lungo taciuto, capitolo della storia d’Italia in cui migliaia di uomini, bollati dai loro connazionali come “nemici del popolo”, furono uccisi a coppie, legati sull’orlo delle voragini carsiche e falciati a raffiche di mitragliatrice.

 

Una carneficina che colpì ex fascisti, ma anche antifascisti, e che fu un intreccio di odi diversi: etnico, nazionale e ideologico. Ma perché tali atrocità sono state dimenticate? Paolo Ondarza ha intervistato Augusto Sinagra, docente di diritto delle Comunità europee all’Università “La Sapienza” di Roma e promotore della giornata della memoria per i martiri delle foibe.

 

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R.-– Penso che sia stata dimenticata per diverse ragioni. Una, secondo me, è di tipo schizofrenico e riguarda la nazione italiana. Intendo dire che nel ’15-’18 avevamo vinto e si era convinti che avevamo perso; nel ’40-’45 abbiamo perso e siamo ancora tutti convinti che abbiamo vinto. E allora, ricordare che si erano perse le province di Zara, di Fiume, di Pola, l’Alto Isonzo, il Sabotino e quant’altro, ricordare che c’era stata una pulizia etnica, un genocidio, un danno della presenza autoctona italiana, faceva ricordare che allora forse la guerra era stata persa. E poi, ci sono altri motivi: la complicità dei governi di allora con l’opposizione comunista per cui si cercava di mantenere buoni rapporti. Direi anche che il partito comunista italiano era in qualche modo moralmente complice di quello che era avvenuto e ha avuto tutte le ragioni e tutto l’interesse per calare il silenzio, anzi per favorire il falso storico! Il dizionario della lingua italiana di Carlo Salinari alla voce ‘foibe’ riporta che si trattava di cavità carsiche dove i nazisti uccidevano le proprie vittime. Cioè, è un falso storico totale! Non mi pare che i governi e neanche il governo di centrodestra, abbiano avuto cura di porsi questo problema, finora.

D.-  Avvocato Sinagra, ricordare perché?

R.-  Ricordare per ricostruire una memoria comune, ricordare per contribuire ad un risultato di pacificazione nazionale, il che significa raggiungere unaverità storica, innanzitutto. Ricordare per restituire la verità a chi è stato derubato della verità. Perché tanti italiani non andarono lì per il gusto di farsi ammazzare. Anche se erano i combattenti della Divisione X, erano italiani!

Le foibe,cavità naturali del Carso e dell’Istria, sono il simbolo di alcuni dei più tragici episodi della guerra in Italia, quando, fra il ’43 e il ’45, numerosi italiani e oppositori del regime comunista jugoslavo furono gettati in queste cavità e fatti scomparire per sempre. Sui numeri relativi ai diversi episodi non ci sono ancora dati certi in base ai documenti e al materiale trovato negli archivi dell’ ex Jugoslavia; l’ipotesi ritenuta più probabile è che le persone  scomparse siano state fra 4.000 e 6.000, tra civili e militari, anche se ci sono stime che arrivano fino a 17.000. In ogni caso, resta il dolore di chi è stato segnato dalla tragedia. Paolo Ondarza ha raccolto la testimonianza di Nidia Cernecca. Era tra migliaia di italiani che fuggirono dall’Istria, da Fiume e da Zara e suo padre è tra le vittime di quella cieca violenza:

 

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R.– E’ stato caricato con un sacco di pietre sulle spalle, per circa cinque o sei chilometri, poi portato in un bosco dove l’hanno legato ad un ciliegio che ancora esiste e che per noi è la sua pietra tombale. L’hanno lapidato con questo sacco di pietre, dopo di ché hanno scoperto che in bocca aveva due denti d’oro e allora l’hanno decapitato e hanno portato la testa ad un orologiaio che si è preso le due capsule d’oro.

D.– Signora Nidia, che cosa ha significato per lei in questi anni questo silenzio rispetto alla questione delle foibe?

R.– Io dovevo scoprire come papà aveva affrontato questo modo di morire. Quasi 20 mila condannati furono gettati nelle foibe, furono lapidati, furono seviziati, annegati con le pietre al collo … però, le reazioni umane son sempre diverse: chi piangeva e chi si disperava, chi impazziva. Io non ero paga fin quando non ho saputo come papà ha affrontato questa sua tragicissima sorte. Quando ho saputo che l’aveva affrontata con molto coraggio e con molta dignità, ho pensato che forse era suo desiderio che anche sua figlia fosse coraggiosa come lui. Allora mi sono dedicata all’educazione nelle scuole, tra i giovani …

D.– Una storia, quella di suo padre, che lei ha cercato di ricostruire. Ed è una storia che oggi viene in un certo senso riproposta o forse ‘proposta’ per la prima volta a tutti gli italiani … Che cosa vuole dire per lei l’istituzione di questa ‘Giornata della memoria delle foibe’?

R. – Sono passati troppi anni: sessanta! Oggi non può dare soddisfazione soltanto una memoria fine a se stessa. La memoria deve essere accompagnata dalla verità e dopo la verità viene la giustizia e dopo la giustizia viene la pace, il nostro è stato un esodo da profughi, da esuli, perché, purtroppo, dopo il Trattato del 1947, non possiamo ritornare nella nostra patria, non possiamo avere il nostro camposanto, non possiamo avere più nulla. Quindi, noi vogliamo giustizia. Non l’abbiamo avuta per i nostri morti: non sono mai stati riconosciuti nemmeno innocenti, giacché colpevoli solo di essere italiani. Adesso pretendiamo di vedere rispettati i diritti dell’uomo.

 

Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

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