Gender a scuola

 

 

“Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso, immagine di Dio”. Benedetto XVI riconosceva così l’urgente sfida posta dal gender, un’ideologia che, scriveva, rischia di “deformare il volto dell’umano”.

 

Non è un caso se lo scorso 12 febbraio a Cuba tra le preoccupazioni comuni al centro del primo incontro, dopo il Grande Scisma d’Oriente, tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill ci sia stata quella per la “crisi della famiglia”. Ci rammarichiamo – si legge nella dichiarazione congiunta ? che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello del matrimonio”. Se a livello culturale, sociale e politico in Occidente va rilevata l’insistenza con cui il messaggio gay friendly viene proposto e la scarsa visibilità data a manifestazioni di pensiero di segno contrario, può costituire un ricco stimolo alla riflessione l’invito del Santo Padre a reagire al pensiero unico e a tentativi di “colonizzazione ideologica”. In ballo c’è l’ecologia umana: la “distruzione”, non di una concezione filosofica, ma dell’uomo che, creato ad immagine di Dio ? scriveva Benedetto XVI ? decide di autoemanciparsi dall’ordine naturale della creazione.  “Le foreste tropicali  – spiegava – meritano la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura”. Riprendendo le considerazioni del suo predecessore, nell’Enciclica Laudato Sì, Bergoglio insiste sulla necessità di valorizzare la “legge morale inscritta nella natura umana”, premessa per la tutela di un ambiente più dignitoso. “L’accettazione del corpo come dono di Dio, nella sua femminilità o mascolinità,  è necessaria – scrive il Papa – per accogliere il mondo intero come dono del Padre e casa comune.  Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di «cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. E’ questa una raccomandazione importante in special modo per gli educatori che oggi si trovano a dover rispondere alle provocazioni di una nuova visione antropologica,  secondo la quale  il sesso non è un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire di senso, ma un ruolo sociale del quale si decide autonomamente.

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Ne abbiamo parlato con Elvira Lozupone,  docente di Pedagogia sociale all’Università di Roma Tor Vergata:

 

Professoressa quali sfide pone all’educazione la questione del gender?

Oggi nel contrasto al bullismo omofobico si vuole far passare il concetto che gli atteggiamenti di genere tipicamente maschili o femminili siano stereotipi, risultato di pressioni culturali e in quanto tale vadano abbattuti iniziando dalla scuola”.

 

In che modo?

“Ad esempio non dando per scontato che una bambina abbia il desiderio di vestirsi da bambina. Uno dei pilastri di tale teoria è il “gender creative child: è il bambino che sceglie secondo la fantasia del momento se essere maschio o femmina”.

 

Ci sono stati genitori, anche in Italia, che hanno denunciato l’introduzione a scuola di corsi finalizzati a promuovere l’indifferentismo sessuale. Le risulta?

Sì. Una denuncia recente riguarda un asilo nido di  Fonte Nuova a Roma. A Carnevale è stato chiesto ai bambini di portare abiti maschili o femminili. A scuola gli insegnanti hanno invitato le femmine ad indossare gli abiti maschili e viceversa. A quel punto  un bambino ha iniziato a piangere disperato, impedendo la prosecuzione dell’“esperimento”. Dal mio punto di vista questo tipo di intervento non è corretto”.

 

Perché?

“Tutto ciò che in educazione è manipolazione non va bene. Se una bambina vuole vestirsi da capo pellerossa non è un problema, perché quel travestimento nasce da una sua fantasia: è un momento di passaggio nel suo sviluppo, non è deterministico in nessun modo. Bisogna assecondare le richieste dei bambini in un’ottica di sano puerocentrismo. Il carnevale è un momento in cui vivono la dimensione del fantastico: questa è stata loro negata per assecondare teorie ideologiche senza fondamento scientifico”.

 

Nella lotta al bullismo la scuola è indietro?

Dobbiamo essere tutti più attenti nella lotta contro ogni discriminazione, bullismo o pregiudizio. Va detto però che la scuola italiana si è sempre adoperata con crescente impegno in questa giusta battaglia: lo sta facendo  per la questione interculturale,  per la cultura del rispetto di tutti, così come per l’inclusione dei bambini disabili.

 

Da dove nascono le “direttive gender” nelle scuole?

Bisogna riferirsi alle conferenze Onu del Cairo e di Pechino che a metà anni Novanta hanno introdotto il discorso del gender mainstreaming, una strategia politica pervasiva che adottasse la prospettiva di genere in tutte le prospettive sociali: quindi nel lavoro, in politica e a scuola. Da lì sono seguite le elaborazioni di politiche sanitarie come le linee guida dell’Oms Europa che incoraggiano la masturbazione infantile precoce in bambini da 0 a 4 anni. In Italia la strategia europea è stata messa in atto, in modo indebito, dall’Unar, l’Ufficio Nazionale antidiscriminazioni razziali.

 

In modo indebito perchè?

Si è verificato qualcosa di molto anomalo nella scuola italiana: è mancato il pluralismo e sono state coinvolte solo associazioni Lgbt. Dobbiamo però anche prenderci delle responsabilità: i cattolici hanno preso sottogamba negli anni passati il discorso sull’educazione emotivo-affettiva nella scuola, nonostante le tante sollecitazioni degli ultimi Papi.

 

E ora? E’ troppo tardi?

Non è tardi e guardare indietro non è utile. Il merito delle associazioni dei genitori che hanno denunciato il gender a scuola è stato far presente al Ministero dell’istruzione che se si vuole proporre l’educazione all’affettività a scuola è necessario garantire un pluralismo. Bisogna incaricare associazioni accreditate di professionisti, accademici, genitori.

 

A fronte di chi denuncia l’allarme gender a scuola in vari paesi d’Europa, c’è chi nega l’esistenza di programmi didattici ispirati a questa ideologia e precisa: bisogna distinguere tra gender e studi di genere. Lei come la pensa?

“Il gender è una galassia articolata che ha anche spunti molto interessanti. Io stessa ho fatto degli studi di genere. In essi rientrano gli approfondimenti filosofici sul modo che la donna ha di percepire il mondo. Questa è una linea molto proficua perché ha portato ad una valorizzazione del femminile nella vita, nel mondo aziendale e ad interrogarsi  su soluzioni che concilino la famiglia e il lavoro. Il problema è che in questa galassia rientrano anche gli studi di Judith Butler secondo la quale occorre abbattere il concetto di eterosessualità,  a favore del mondo che noi chiamiamo gender, ma che più correttamente bisognerebbe definire queer, ovvero lo stravagante, il bizzarro, l’indifferentismo sessuale. Il gender esiste, ma sarebbe più corretto chiamarlo Queer.

 

Perché parlando del Queer c’è chi denuncia la creazione di un linguaggio fluido, neutro, dai contorni semantici indefiniti utilizzato dai sostenitori della causa Lgbt. In che senso?

 

Il primo tentativo è stato quello di un linguaggio scritto che metteva gli asterischi al posto delle desinenze “a” ed “o” che connotano il maschile e femminile. Nelle scuole elementari di  alcuni paesi del nord Europa si è evitato addirittura di usare i pronomi maschili e femminili in favore del neutro. Oggi osserviamo una strategia, se vogliamo più subdola, che è quella teorizzata nel testo “After the ball” scritto nel 1989 da uno psicologo gay e da un esperto di tecniche propagandistiche di persuasione. Questo testo invitava a spostare l’attenzione pubblica dal giudizio morale sugli atti omosessuali alla necessità di rendere accettabili i gay e le loro istanze. Nasce da qui il concetto indefinito di omofobia: oggi si rischia di incorrere in questa accusa per il solo fatto di sostenere che la famiglia è solo quella fondata sull’unione tra un uomo e una donna.

 

 

Quanto è importante richiamarsi alla ragione, prima ancora che alla fede, come suggerito dal Papa emerito Benedetto XVI nel rispondere alle sfide del gender?

E’ fondamentale. Basterebbe prendere in considerazione la produzione scientifica della psicologia dell’ultimo secolo e mezzo che invece si sta tentando di rimuovere con un colpo di spugna,  per vedere l’inconsistenza del tentativo del Queer: un tentativo politico, modaiolo. Il discorso della fede è fondamentale, ma possiamo considerarlo residuale nel contrasto argomentativo al gender.

 

Sta dicendo che la fede è una conferma della scienza?

 

Assolutamente sì. C’è una forza della ragionevolezza che viene prima della fede. Abbiamo 150 anni di psicologia che parlano del ruolo del padre e della madre. Purtroppo a causa delle sperimentazioni ascientifiche in corso oggi sull’uomo in futuro vedremo in tutta la sua drammaticità cosa vuol dire non tenere conto dell’autorevolevolezza  di tanti studi scientifici.

 

No quindi ad allarmismi. È possibile affrontare la sfida lucidamente?

Assolutamente la partita è aperta. Queste sperimentazioni lasceranno feriti sul campo, ma non c’è nulla di già scritto in questa storia.

 

Articolo tratto dalla rivista DMA. Leggi:

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Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

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