Qual’è la questione?
Una sfida che siamo chiamati a raccogliere? Un’emergenza educativa da fronteggiare, ma come? Una minaccia alla tenuta dello stato sociale e una potenziale causa di disgregazione della famiglia naturale fondata sull’unione tra un uomo e una donna? Si parla tanto di gender, è corretto definirla un’ideologia? Se è bene moderare i toni del dibattito, a volte accesi tra chi vede in esso uno spauracchio e chi addirittura ne nega l’esistenza, non si può però ignorare di trovarci di fronte ad una questione problematica che, se affrontata con onestà e nella verità, può costituire uno stimolo prezioso alla costruzione di un avvenire davvero rispettoso delle differenze e che valorizzi la complementarietà uomo-donna, fondamentale per una società equa ed evoluta. Bisogna riconoscere le evidenti ripercussioni di questa teoria in ambito sociale, giuridico, pedagogico e in senso più lato antropologico: animata dal desiderio di favorire le pari opportunità e contrastare il sessismo, essa rischia di ridisegnare il volto dell’umano, sostituendo alle categorie maschio – femmina, specifiche dell’ordine naturale, nuove definizioni di persona che mirano a reiventarne il concetto. Precedenti storici della ideologia del gender secondo studiosi come Tony Anatrella, consultore del Pontificio consiglio per la famiglia, vanno individuati a) nella lotta di classe che secondo Marx ed Engels (1882) traeva origine dalla liberazione della donna contro l’oppressione dell’uomo; b) nel “costruttivismo”, teorizzato nel 1950 dal filosofo Michel Foucault che vedeva nell’;essere umano, quindi nei concetti di mascolinità e femminilità, un risultato della cultura; c) nel femminismo radicale che individuava l’emancipazione della donna in una sua liberazione dal ruolo di madre; d) nella quarta conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla donna tenutasi a Pechino nel 1995 durante la quale, nell’ottica di un rifiuto del concetto di determinismo biologico, il termine gender viene promosso a livello
internazionale. Respinta l’identificazione del sesso biologico con il genere sessuale di appartenenza, l’ideologia gender rivendica il diritto di ciascuno a configurare la propria identità, a prescindere dal dato di natura: questo nelle dichiarate intenzioni dei promotori è finalizzato ad una liberazione dagli “stereotipi culturali” che in passato hanno determinato spesso la sopraffazione dell’uomo sulla donna. In questa prospettiva maschile e femminile vengono concepiti come costruzioni sociali indotte dalla cultura e solo l’eliminazione delle differenze potrà favorire un’autentica libertà. Tale visione del mondo dunque eredita e deforma l’ideologia che sul finire degli anni Sessanta ha dato vita ad una lotta per l’;emancipazione della donna dalla “schiavitù della maternità e della sessualità finalizzata alla procreazione”, ma paradossalmente è oggetto di critica da più di un’esponente della corrente femminista (Naomi Wolf, Germaine Greer , etc). Ma sono le donne e le persone con tendenza omosessuale ad essere realmente tutelate? Le associazioni Lgbt (sigla con cui si indica l’universo di lesbiche, gay, bisex e transgender) chiedono il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione sessuale di ciascun individuo: in altre parole si auspica una riformulazione su base culturalista (dove la cultura soppianta il dato di natura) dei concetti di uomo, donna, paternità, maternità e
famiglia. Una simile visione del mondo collide con il sentire comune della stragrande
maggioranza della gente perché contraddice quella che da sempre l'umanità riconosce come legge naturale che precede i codici normativi delle varie civiltà. L’ideologia del gender è accusata di essere alla base di grandi interessi economici: Mario Adinolfi, direttore del quotidiano “La Croce” e autore del libro “Voglio la mamma: da sinistra contro i falsi miti del progresso”, fa l’esempio dell’industria della fecondazione medicalmente assistita, dell’utero in affitto o dell’aborto; senza considerare l’ingente volume di affari – il “pink dollars” – che, secondo la prestigiosa rivista finanziaria Forbes , orbiterebbe intorno agli esponenti della comunità Lgbt, singles più propensi ai consumi rispetto alle famiglie maggiormente dedite al risparmio. Il comitato “Difendiamo i nostri figli” che lo scorso 20 giugno ha radunato in piazza san Giovanni in Laterano centinaia di migliaia di famiglie (un milione secondo gli organizzatori), sostiene che il gender esprime una posizione minoritaria, ma gode dell’appoggio dei media, di grandi multinazionali, di politici e riesce così ad essere sostenuto a livello culturale e legislativo. Testimonianze di genitori da varie parti di Italia raccontano che in alcune scuole sarebbero stati adottati libri per l’infanzia finalizzati ad insegnare già ai bimbi dell’asilo nido che maschi e femmine non si nasce, ma si diventa in base ad una scelta; alcune famiglie lamentano poi di non essere state preventivamente informate dell’avvio in scuole di vario ordine e grado di corsi sull’affettività ispirati all’ideologia gender affidati ad associazioni Lgbt.
Risvolti educativi
Se nel sentire comune il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno, l’ideologia gender propone una suddivisione, sul piano teorico concettuale tra questi due aspetti in continuità con quanto teorizzato nei decenni scorsi da John Money, Judith Butler, Simone de Beavoir e Alfred Kinsey. Il sesso, sex, viene utilizzato per indicare il corredo genetico, l’insieme dei caratteri biologici, fisici e anatomici che determinano il binarismo maschio/femmina, mentre al genere, gender, viene attribuito un significato sociale: esso si modella attraverso le interazioni sociali, la percezione che abbiamo di noi stessi e l’ambiente culturale. Conseguenza è che in base alle proprie attrazioni sessuali debba essere riconosciuto a ciascuno il diritto di scegliere a quale dei vari generi appartenere (maschio, femmina, omosex, bisex, transgender, cisgender, in esplorazione, genderqueer, pangender, etc.). Primo problema pedagogico che si presenta è l’indeterminatezza del modello di identità personale e familiare da indicare ai giovani. Nel codice civile di alcuni paesi ad esempio oggi non si parla più di “padre” e “madre”, ma di “genitore legale A” e “genitore legale B” (non di genitore naturale) o nei documenti di identità di alcune nazioni come l’Australia accanto alle caselle che indicano “maschio” e “femmina”, esiste una terza opzione: il neutro, l’indeterminato. Inoltre sta prendendo piede l’idea che l’autodeterminazione sessuale in base al proprio “percepirsi” debba essere riconosciuta come diritto a chiunque ne faccia richiesta anche in assenza di un intervento di chirurgia plastica volto a modificare gli organi genitali e la caratterizzazione sessuale. Sorge quindi il secondo problema pedagogico: il corpo sessuato è strumento di autoidentificazione o è un'appendice provvisoria e indecifrabile perchè priva di un significato simbolico e relazionale? In una tale visione esso è una realtà plasmabile e non ricevuta come dono, ma un veicolo di gratificazione. Terza considerazione riguarda la necessità, se realmente si desidera costruire una strategia di contrasto agli stereotipi di genere, di contrastare ad esempio la diffusione della piaga della pornografia: ricca industria a portata di tablet o smartphone che, oltre a incoraggiare la sopraffazione del maschio sulla femmina, distrugge psicologicamente gli uomini ed enfatizza comportamenti sessuali violenti.
Rimozione della differenza: problema o soluzione?
Se l’obbiettivo dichiarato dell’ideologia gender è l’emancipazione, la liberazione dai ruoli e dalle differenze che la società impone per raggiungere finalmente pari diritti e uguaglianza, davvero la legittima e sana aspirazione alla stessa dignità di tutti di fronte alla legge vuol dire abbattimento della differenze? E’ questa la strada per sconfiggere le discriminazioni? Una risposta convincente viene da Papa Francesco che in una delle udienze generali che hanno preceduto il sinodo ordinario sulla famiglia in Vaticano ha detto: “Io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. Secondo il Santo Padre tale teoria non favorirà il progresso, ma rischia di far fare un passo indietro all’umanità. “La rimozione della differenza, infatti – ha spiegato Francesco in modo semplice ed efficace – è il problema, non la soluzione”. Con questa affermazione non si vuole ignorare la questione delle pari opportunità, tutt’altro: il Papa auspica un surplus di riflessione nel merito, un allargamento degli orizzonti del problema. Non si tratta cioè semplicemente di equiparare l’uomo alla donna, ma di valorizzare la loro alleanza e complementarietà. Se questa fallisce infatti, secondo il Pontefice, “il mondo degli affetti si inaridisce e il cielo della speranza si oscura”. Agli intellettuali Francesco ha chiesto esplicitamente di “non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta”; agli uomini di fede ha spiegato come “la crisi di fiducia collettiva in Dio” che caratterizza le odierne società occidentali “malate di rassegnazione, incredulità e cinismo” sia connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna; ai formatori ha chiesto un rinnovato impegno nell’educare al maschile e al femminile, nel ribadire la
necessità imprescindibile per un bambino a crescere con un papà e una mamma.
Non ha usato mezzi termini il Papa quando rivolgendosi alla Delegazione dell’Ufficio Internazionale dell’Infanzia Bice nell’aprile 2014 ha definito premessa per una maturità affettiva della persona la crescita in famiglia a confronto con la mascolinità e la femminilità. Occorre – ha ribadito ancora – sostenere con forza il “diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli” sancito dall’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Francesco non esita a paragonare quelle scuole nel mondo in cui è stato introdotto, ad insaputa dei genitori, un programma di educazione all’affettività basato sull’ideologia del gender a “campi di rieducazione” e dice “no” ad “ogni tipo di sperimentazione educativa con i minori: con i bambini e i giovani – spiega – non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio!” Al Papa vengono in mente “gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature del secolo XX: essi – dice – non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico”. “Lavorare per i diritti umani – prosegue – presuppone di tenere sempre viva la formazione antropologica, essere ben preparati sulla realtà della persona umana, e saper rispondere ai problemi e alle sfide posti dalle culture contemporanee e dalla mentalità diffusa attraverso i mass media. Ovviamente – sottolinea ancora – non si tratta di nascondersi in ambienti protetti… Ma di affrontare con i valori positivi della persona umana le nuove sfide che ci pone la cultura nuova”. E’ una chiamata prioritaria dunque quella posta dall’ideologia gender secondo il Papache non a caso l’ha definita uno “sbaglio della mente umana”, una “colonizzazione ideologica sulla famiglia in atto in tutto il mondo”: colonizzazione delle coscienze e colonizzazione dei paesi poveri. Molte infatti, anche alla recente assemblea dei vescovi in Vaticano sulla famiglia, le denunce di aiuti allo sviluppo offerti dalle grandi organizzazioni ai paesi africani in cambio dell’introduzione di politiche ispirate a tale ideologia che stanno tentando di modificare il volto tradizionale della famiglia. Che tale frontiera non fosse da meno rispetto alla povertà o ad altre questioni su cui la Chiesa mantiene uno sguardo vigile, era già stato evidenziato nel gennaio 2013 dall’Osservatorio van Thuan sulla dottrina sociale che, precorrendo i tempi, aveva parlato di una “colonizzazione della natura umana” messa in atto “da potenti lobbies e promossa da organismi internazionali”. Tale ideologia, potente espressione della dittatura del relativismo, messa in luce da Benedetto XVI, promuove una visione distorta della natura umana che Anatrella chiama “eresia antropologica”. Non è in discussione il rispetto e la dignità, dovuti a tutte le persone, quindi anche a quelle con tendenze omosessuali, spesso ingiustamente discriminate: ciò che oggi è chiesto agli educatori, ai politici e ai cittadini è una costruttiva obiezione di coscienza contro la dittatura del pensiero unico: quella dittatura che, attraverso i mass media ha amplificato e strumentalizzato il “chi sono io per giudicare un gay?” pronunciato dal Papa in coerente continuità con il Catechismo della Chiesa Cattolica, e oscurato, messo in sordina le sue forti denunce di colonizzazione ideologica.
Tratto dalla rivista Dma. Leggi qui:





