Un nuovo grande appuntamento con un protagonista dell’arte del ‘500: a organizzarlo è la città di Bergamo che propone la mostra “Giovan Battista Moroni – lo sguardo sulla realtà 1560- 1579”. E’ articolata in quattro diversi spazi espositivi, con una sezione dedicata allo studio del Giudizio Universale di Michelangelo, ed è aperta al pubblico per iniziativa del Museo Bernareggi fino al prossimo 3 aprile. Il servizio è di Paolo Ondarza:

Allievo a Brescia di quel Moretto, definito dalla critica contemporanea un Caravaggio ante litteram, Giovan Battista Moroni è a Bergamo l’unico pennello, in epoca di Controriforma, capace di dare vitalità all’ambiente culturale divenuto stagnante dopo la morte del grande Lorenzo Lotto. La retrospettiva allestita al Museo Adriano Bernareggi si concentra sull’ultima fase del pittore, coincidente con la svolta naturalistica. Opere di soggetto sacro, ma soprattutto ritratti, tele che ripropongono la malinconia di un’epoca attraverso l’intenso approfondimento psicologico del modello. Simone Facchinetti, curatore della mostra:
“Moroni è uno specialista di ritratti. Questa specializzazione lo porta però su un filone che è quello dei ritratti al naturale. Ricordo l’aneddoto di Ridolfi, un rettore della Repubblica veneta di origine bergamasca che sarebbe andato nella bottega di Tiziano a chiedere un ritratto e Tiziano avrebbe sbottato: ‘Ma, fatevelo fare da Moroni che li fa al naturale!’. Cioè, i ritratti non devono modificare gli aspetti fisici delle persone ritratte”.
Fiore all’occhiello dei quattro percorsi espositivi dislocati tra la sede del Museo e il cuore monumentale di Bergamo è la sezione dedicata allo studio del Giudizio Universale di Michelangelo: banco di prova e fonte di ispirazione per tutti i pittori dell’epoca. Ancora Simone Facchinetti:
“Abbiamo a che fare con un modello altissimo, che è il modello di Michelangelo. Ovviamente, Moroni non vede l’originale ma manipola incisioni, stampe, materiale in un certo senso censurato. Pensiamo alla soluzione del formato: questa grande pala ha uno sviluppo orizzontale che non tiene conto dello sviluppo orizzontale della parete sistina. E’ l’ultima opera che lui esegue, dopodiché morirà improvvisamente, probabilmente proprio quando lavorava all’altezza bassa dell’Inferno, tant’è che la località dove viene dipinta questa grande pala verrà poi denominata ‘L’Inferno’, proprio in memoria della morte improvvisa dell’autore”.
Le tonalità scure, la cosiddetta “sinfonia di grigi” tipica dell’ultima fase moroniana, sono anche il testamento stilistico raccolto e sviluppato più tardi nell’opera di Caravaggio.



