R. – Questi 100 mila stanno ad indicare che ancora in Italia – e in Europa in generale – l’aborto finisce per essere spesso anche un metodo contraccettivo. Però è anche un dato confortante perché questa cifra, che non è altissima ma che non è neanche residuale, può significare che c’è anche un cambiamento di rotta. Del resto è lo stesso Istat che, qualche mese fa, ha indicato come un gran numero di giovanissime – 16-18 anni – preferiscano oggi portare avanti la gravidanza piuttosto che abortire.
D. – Quindi se c’è da sottolineare un possibile cambiamento a livello culturale in senso positivo, per quanto riguarda il rispetto della vita e la concezione di “dove” o “quando” inizia la vita, nel contempo questi valori vanno inseriti in un contesto che fotografa anche un calo della natalità complessiva in Italia…
D. – D’accordo, questa è la grande sfida che sta davanti a noi: nel 2016 il Ministero della Sanità ha intenzione di affrontarla caratterizzando quest’anno come “Anno della Fertilità”. E’ giusto che si ridia anche una nuova visione della maternità: non più come un compito da compiere passivamente, come era nei primi del Novecento; ricordiamo che da questa concezione si originò la rivolta della donna, padrona della propria fertilità. Ora questa grande emergenza sociale della decrescita ci spinge a riaffrontare di nuovo, con una nuova sensibilità, forse anche con un nuovo linguaggio, l’idea che la maternità sia un valore non soltanto per la donna, ma è un valore condiviso da tutta la società ed è una ricchezza che va valorizzata.
D. – Questo dato, di meno di 100mila aborti in un anno, non include il ricorso ai cosiddetti anticoncezionali di emergenza, le pillole dei giorni dopo?
R. – Eh no, perché probabilmente questo dato sfugge al dato statistico in sé: una cosa è il conto degli aborti che sono registrati negli ospedali, una cosa sono invece i dati che sono più sfuggenti, perché (per acquistare le pillole del giorno dopo; ndr) non ci vuole neanche più la ricetta. Quindi le persone vanno, prendono il farmaco e poi cosa ne fanno? Lo utilizzano, non lo utilizzano? Hanno un ripensamento? Sono dati molti fluidi…
D. – E’ stato lamentato come questo diritto da parte dei medici ad obiettare, a rifiutarsi di praticare l’aborto potesse andare contro il cosiddetto diritto delle donne ad abortire. Questi dati che cosa ci dicono?
R. – Danno una versione completamente diversa: è assolutamente una leggenda metropolitana che le donne si debbano spostare addirittura da una regione all’altra per cercare di veder garantito il loro diritto all’aborto… E non lo diciamo noi da cattolici, ma lo dice un dato statistico: quindi, anche in questo, dobbiamo essere confortati.
D. – Da questi dati esce fuori anche che a scegliere di non portare avanti una gravidanza sono in numero consistente giovani donne istruite e neo-impiegate…
R. – Certo. Il Papa lo ha detto anche qualche giorno fa: non mettiamo la donna nella triste condizione di dover scegliere o il lavoro o un figlio. Certo è che la società e le nostre strutture politiche non sembrano poi garantire la sicurezza alla maternità, perché considerano la maternità semplicemente come una cosa che riguarda la donna: per nove mesi lavora di meno, part-time… Se il valore invece è un valore sociale, allora tutto va ridisegnato: il valore della maternità è un valore condiviso, che non è soltanto sulle spalle e sul cuore della donna, ma un valore che viene condiviso prima con il proprio partner e poi come risorsa per tutta la società.



