@Paolo Ondarza, Radio Vaticana
Di fronte alle mentalità corrente che tende a banalizzare la sessualità umana e alla teoria del gender che punta a distruggere il concetto di famiglia naturale, la Chiesa è chiamata a promuovere un’educazione all’affettività fondata sul Vangelo. E’ questa una delle sfide affrontate in questi giorni dal Sinodo dei vescovi, sulla quale si sofferma il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al microfono di Paolo Ondarza:
R. – E’ un momento di grazia per la Chiesa, perché – insieme al Santo Padre – tutti noi, padri sinodali, gli osservatori, gli uditori e i vari invitati, abbiamo aperto lo sguardo e il cuore con grande chiarezza, con grande semplicità e con grande passione di pastori, sul tema della famiglia, che è la realtà fondamentale della società e della Chiesa. Ho ricordato in modo particolare la necessità dell’educazione affettiva, perché l’amore non è soltanto sentimento, ma è quello che la cultura presente non dice: l’amore è dono, è dono di se stesso ed è decidere di donarsi ad una altra persona per sempre, per tutta la vita. Questo grandissimo e splendido ideale, che oggi sembra impossibile nel mondo occidentale perlomeno, è possibile se si fa appello alla grazia di Dio.
D. – Educare all’amore è oggi una sfida particolarmente difficile, se pensiamo alle forti correnti di pensiero, a quello che anche qui in Aula è stato definito anche “pensiero unico”, che si vuole imporre e che spesso va a snaturare proprio la famiglia e così ad indebolire un nucleo fondante della società…
R. – Il “pensiero unico” è ormai una dittatura, che si vuole imporre dall’Occidente a tutte le altre parti del mondo. Ma l’Occidente – e in particolare l’Europa, come ho detto diverse volte – non è più assolutamente il centro del mondo: quindi l’arroganza della cultura europea dovrebbe fare i conti con questa realtà. Purtroppo gli organismi internazionali, che sono tanto importanti – pur essendo rappresentativi di tutti i Paesi del mondo – ragionano con una cultura, con una antropologia sostanzialmente occidentalista, che ormai ruota attorno alla cosiddetta teoria del genere…
D. – Una teoria che si sta diffondendo in vari Paesi d’Europa sui banchi di scuola, dove si tenta di introdurre contenuti che vanno un po’ a snaturare quella che è la struttura naturale della famiglia…
R. – E’ un’offesa gravissima, che le istituzioni tentano di fare, al diritto sacrosanto, al diritto naturale dei genitori di offrire ai propri figli la visione culturale – una visione antropologica e valoriale – in cui loro credano e che sia la migliore per sé e per i propri figli. Questo diritto non può essere assolutamente scavalcato da alcuna autorità! Quindi questi tentativi di immettere, in modo quasi nascosto, questo tipo di visione che nasce dal genere, sotto la scusa di fare educazione affettiva o educazione sessuale, è un grave errore e non soltanto: è una grave violenza autoritaria rispetto ai genitori. I genitori devono essere non solamente informati su un progetto o su una intenzione delle autorità dello Stato o scolastiche che siano, ma devono dare – i genitori – l’autorizzazione esplicita e concorde perché queste cose vengano rappresentate ai propri figli.
D. – In Italia c’è il rischio che la situazione vada nella stessa direzione in cui è andata in altri Paesi europei?
R. – Certamente c’è questo rischio, perché lo abbiamo già visto l’anno scorso attraverso la diffusione di questi libretti, che poi sono stati – dicono – ritirati dalle scuole dopo un intervento dei vescovi che ha richiamato l’attenzione sul fatto. Non è un’ingerenza! E’ un dato, è una registrazione di un fatto, di cui però nessuno parlava. Già mi dicono altri che ancora circolano in qualche scuola… Bisogna che i genitori siano molto attenti: si tratta del bene fondamentale dei loro figli, perché vedere l’affettività, vedere la sessualità in genere, vedere la persona umana e la famiglia in un certo modo o in un altro, questo cambia radicalmente.
D. – I genitori chiedono di non essere lasciati soli dalle parrocchie e dai loro pastori…
R. – Assolutamente! La Chiesa non può lasciare solo il genitore: questo appartiene alla sua missione. Si affianca alla famiglia, ai genitori, non si sostituisce; si affianca con tutto il suo patrimonio di sapienza umana e cristiana, di operatori, di dedizione, che sono le nostre parrocchie, le associazioni e i movimenti.
Il patriarca Twal: Sinodo aperto alle sfide del nostro tempo

R. – Quello che c’è di nuovo è uno spirito di apertura della Chiesa a tutte le sfide che noi incontriamo nella società e nella Chiesa. C’è un’apertura, questo è vero: dobbiamo pensare alla salvezza delle anime e questo ci spinge ad avere un’apertura, una comprensione, una misericordia. Però la misericordia non deve mai eliminare la disciplina e la dottrina.
D. – Per quanto riguarda la situazione delle famiglie in Terra Santa cosa c’è da dire?
R. – Le nostre sfide e le sfide delle nostre famiglie cristiane e musulmane, in Terra Santa e nel Medio Oriente, per prima cosa sono la violenza, la guerra, l’occupazione militare israeliana, i muri di separazione dei Territori, separazione delle famiglie, delle parrocchie, delle diocesi, i rifugiati, famiglie distrutte totalmente. La prima difficoltà è la fame, è mangiare, dare da mangiare a tre milioni di rifugiati; questa è la prima difficoltà.
D. – Al Concistoro di lunedì 20 ottobre il Medio Oriente sarà all’ordine del giorno…
R. – Noi abbiamo speranza e siamo felici che per la prima volta i Patriarchi del Medio Oriente sono invitati a partecipare e ringraziamo il Signore. Speriamo bene!
Sinodo. Coniugi Ciavarella: un amore vero non teme la castità

R. (Marito) – Questo è uno dei problemi che noi sia come famiglia che come catechisti affrontiamo. Bisogna preparare i giovani affinché possano rispondere in maniera positiva a questa che viene indicata dalla Chiesa come necessità che poi porta, attraverso la castità, alla donazione di sé, a un dono molto più grande nel matrimonio.
(Moglie) – Oggi basta vedere un po’ tutte le fiction televisive: la sessualità viene cosificata, banalizzata, per cui far camminare i giovani attraverso la bellezza della conoscenza, educarli alla sessualità, all’affettività, a un’attesa, fa sì che loro rafforzino il loro essere coppia. Non sono poche le coppie che si presentano, per esempio, a un percorso di preparazione al matrimonio che noi facciamo e magari hanno alle spalle dieci, dodici anni di fidanzamento, alcune volte anche di convivenza. Dopo un percorso di riflessione e discernimento, a volte decidono di vivere la castità prematrimoniale per poter gustare più in pienezza e meglio il senso del dono totale con il sacramento del matrimonio.
D. – Ci sono e sono numerose le coppie che vivono coerentemente il fidanzamento cristiano?
R. (Moglie) – Ci sono, ma non sono numerose, anche perché oggi le coppie dicono apertamente di vivere un matrimonio fuori dal matrimonio. Però ci sono e forse è su quelle che dobbiamo fare leva. Parlo di una piccola esperienza nella nostra comunità parrocchiale. Gli animatori di nostri giovani si sono resi conto, ad esempio, in questi ultimi anni che molti dei nostri giovanissimi stanno iniziando un percorso di innamoramento. Allora, hanno messo nel loro programma pastorale un incontro fatto anche con noi coppie sposate da anni per cercare di valorizzare il periodo dell’innamoramento e cominciare insieme una preparazione remota a quella che può essere la vocazione al matrimonio-. Magari far vedere loro la bellezza di un fidanzamento vissuto in castità che è quella donazione per poi arrivare magari al matrimonio – quello vero – o anche alla rottura di un percorso di innamoramento che non è fatto per l’amore totale.
D. – Nonostante la situazione dominante fotografi giovani che scelgono la convivenza, che vivono rapporti prematrimoniali, oggi vale comunque la pena ed è importante ribadire il concetto di amore esigente?
R. (Moglie) – Sì, l’amore deve essere sempre un amore esigente: deve esigere la fedeltà, il dono, la totalità, l’apertura alla vita. L’amore è esigente, sempre.
D. – Non sto parlando con dei teorici, sto parlando con una coppia che ha vissuto il proprio fidanzamento non senza difficoltà…
R. (Marito) – Sì. Noi siamo stati fidanzati per dieci anni, negli anni in cui c’era la contestazione femminista, c’era l’aborto, c’erano altre situazioni che naturalmente non ci aiutavano nel nostro cammino di fidanzamento. Ma oggi è molto più difficile di allora, perché c’è una cultura dominante che non orienta ad un amore fecondo e casto.
(Moglie) – Noi siamo cresciuti come coppia e come famiglia al grido di Giovanni Paolo II: “Famiglia diventa ciò che sei!”. Noi oggi sentiamo il grido dei nostri figli che ci chiedono, “Famiglia dove sei?”. Allora, al Santo Padre noi abbiamo chiesto che, accanto a una Chiesa in uscita, ci sia una famiglia che continui, insieme ai nostri padri nella Chiesa, a portare in ogni casa, in ogni angolo del mondo, il Vangelo della vita.




