Sinodo Nuova Evangelizzazione: contributi vari

@Paolo Ondarza, Radio Vaticana

Per un bilancio di queste prime due settimane di lavori del Sinodo in Vaticano, Paolo Ondarza ha intervistato il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e presidente della Commissione per il messaggio del Sinodo:

R. – Lo sguardo che emerge dai nostri lavori è soprattutto uno sguardo di grande fiducia, di positività. La Chiesa si trova a confronto con grandi problemi, ma è una Chiesa viva, non è una Chiesa morta!

D. – Lo sforzo comune dei Padri sinodali è quello di andare ad intercettare le domande dell’uomo contemporaneo ed anche il suo bisogno di Dio. Le risposte sono molteplici, gli ambiti sono molteplici. Vogliamo cercare di focalizzare alcuni punti?

R. – Pur nella diversità delle culture e delle situazioni sociali non c’è stata Chiesa continentale che non abbia messo al primo posto la dimensione familiare dell’esperienza di fede sia come luogo in cui ci si trasmette la fede di generazione in generazione sia come luogo in cui oggi questa esperienza di trasmissione della fede è messa in crisi maggiormente, per i molteplici attacchi che la cultura, e a volte le situazioni sociali e politiche, pongono alla famiglia.

D. – La famiglia oggi sta perdendo la sua identità. Pensiamo a famiglie in cui ci sono genitori risposati o figli nati da più unioni. La Chiesa intende comunque porsi in contatto con queste realtà?

R. – Io direi che non c’è mai nessun muro tra la Chiesa e le persone. Si tratta, al contrario, di creare spazi in cui anche laddove non sia possibile una pienezza di comunione, che si esprima attraverso la partecipazione all’Eucaristia, non manchino però nella Chiesa spazi per le persone che vivono situazioni familiari, come si usa dire, “irregolari” rispetto all’immagine del matrimonio che Gesù ci ha affidato, e restino però spazi di appartenenza alla Chiesa, di vita, anche di protagonismo ecclesiale nel servizio alla carità, in tanti altri modi con cui appunto ci si rende membra vive della Chiesa stessa. Nessuno è “buttato fuori” dalla comunità, per una sua irregolarità di situazione familiare. Al contrario, ha maggiore bisogno di essere accolto, sostenuto. Si pensi soprattutto ai figli, che forse sono quelli che soffrono di più di queste situazioni.

D. – Per chiudere: la sua personale esperienza dei lavori di questi giorni…

R. – Anzitutto, la fraternità tra i vescovi. Noi oggi si viene dagli angoli più lontani del mondo, ci s’incontra qui e si sente di far parte di un’unica famiglia. Anche questo atteggiamento di partecipazione ai sogni, ai pesi, alle sofferenze, ma anche alle gioie degli altri, mi sembra una bella esperienza di comunione. Poi, mi ha molto colpito anche l’atteggiamento del Santo Padre che umile ascolta, prende appunti con la sua matita come uno dei vescovi del mondo, anche se lui è il vescovo di Roma, il centro di tutta la nostra comunione! Quindi, vederlo lì come ciascuno di noi, pronto ad ascoltare gli altri, fa molta impressione. Lui, che è il maestro, diventa nostro discepolo in qualche modo, di tutti noi discepoli del Signore, nell’ascoltare quello che lo Spirito dice attraverso la voce di ciascuno dei vescovi presenti.

===oo00oo===

La nuova evangelizzazione, come ricordato da Benedetto XVI, è rivolta principalmente alle persone che, pur essendo battezzate, si sono allontanate dalla Chiesa. L’indebolimento della fede in Paesi storicamente legati al Cristianesimo è dunque oggetto di riflessione da parte dei Padri sinodali in queste settimane di lavori in Vaticano. Lo conferma il card. Lluis Martinez Sistach, arcivescovo di Barcellona. Ascolta:

R. – La nuova evangelizzazione è assolutamente necessaria. Oggi dobbiamo annunciare Gesù e il suo Vangelo a tutte le persone, in un momento in cui – almeno, nell’Occidente europeo – poche persone vanno a Messa. Dobbiamo uscire dalle chiese e andare lì, dove si trovano le persone e imparare a conoscere anche il contesto socio-religioso e culturale del nostro mondo. Siamo chiamati a trovare i metodi, il linguaggio e l’ardore necessario per annunciare Gesù.

D. – Una sfida per l’Europa, per il Vecchio Continente, depositario dei valori cristiani ma che sembra averli dimenticati. Quali le frontiere di questa sfida?

R. – Sì: ci sono tante persone che vivono come se Dio non esistesse. La secolarizzazione è forte. Ma l’uomo, la donna conservano ancora un senso religioso, sono alla ricerca del senso della vita. Dobbiamo credere nella presenza di Dio scritta nel profondo dei cuori dell’uomo e della donna, perché Dio lavora forse più di quanto noi pensiamo. C’è un linguaggio che penso che tutti capiscano, ed è il linguaggio dell’amore. Perché il linguaggio dell’amore è compreso da tutti? Perché tutti vogliono essere amati e amare!

D. – Oggi la sfida che si pone di fronte al mondo occidentale è quella del relativismo, più volte indicata anche dal Papa, e questo fa sì che quando si annuncia il Vangelo, e lo si annuncia presentandolo come la verità, si viene identificati come arroganti, presuntuosi …

R. – Sì, e questa è una difficoltà importante. Noi proponiamo il messaggio di Gesù con fiducia, e lo facciamo per due ragioni: perché amiamo molto Gesù. Gesù ha dato la sua vita, il suo sangue sulla Croce, è morto e risorto, per la salvezza di tutti gli uomini e le donne, per l’umanità. E per questo noi vogliamo che tutti conoscano il messaggio di Gesù. Poi c’è anche un’altra ragione: noi amiamo i nostri fratelli e vogliamo offrire loro il meglio di ciò che abbiamo ricevuto: il tesoro della fede, il tesoro della salvezza, quello che Gesù ci ha dato. Per questo noi vogliamo annunciare il messaggio di Gesù. E dobbiamo farlo con convinzione, affinché quelli che ci ascoltano dicano: “Questa gente ci crede davvero, e lo vive, anche!”. Credo che anche la crisi economica che stiamo vivendo induce tante persone a riflettere. Quella del relativismo sarà la strada migliore per l’umanità? Il fatto che ciascuno possa fare della propria vita quello che vuole, che non ci sia un ordine … questo è buono o non è buono? E dove conduce tutto questo? Ci ha condotto certamente all’egoismo, all’individualismo, a cercare ciascuno il proprio vantaggio prescindendo dagli altri … Penso quindi che anche la crisi economica induca a pensare che questa non possa essere la strada.

D. – Si vive un momento di disorientamento a causa della crisi: manca il lavoro, non ci sono più riferimenti, anche da un punto di vista politico … la Chiesa in questa fase storica di disorientamento, rappresenta un punto di riferimento?

R. – Sì, e questo per due ragioni. La prima è perché la Chiesa, attraverso le parrocchie e le Caritas, fa molto per le persone e le famiglie che hanno tante e gravi necessità; fa molto per i poveri, ai quali il mondo non guarda. E poi la seconda ragione è che la Chiesa annuncia un messaggio di austerità, di rigore, di conversione, di abbandono dell’egoismo, di invito alla ricerca del bene di tutti

D. – Qui al Sinodo è stata ribadita anche l’importanza del rilancio di alcuni Sacramenti, in particolare quello della penitenza, definito il Sacramento della nuova evangelizzazione …

R. – Certamente, perché se non c’è la conversione del cuore non può esserci vera evangelizzazione. E’ molto importante questo sacramento perché ci aiuta a riconoscere la nostra debolezza e la misericordia di Dio. Nel Sacramento della penitenza c’è anche una dimensione antropologica molto importante: la verità della persona umana, del peccato originale e delle sue conseguenze, della salvezza di Dio, della misericordia di Dio, dell’amore di Dio che perdona.

 

===oo00oo===

Nei giorni scorsi, intanto, si è ribadito che la nuova evangelizzazione deve guardare anche agli adulti, spesso dimentichi del loro ruolo educativo e di testimoni della fede nei confronti delle giovani generazioni. In particolare, la Chiesa in Polonia ha presentato l’esperienza di una scuola di catechesi per adulti rivolta ad evangelizzatori laici. Ne parla al microfono di Paolo Ondarza, l’arcivescovo di Poznan, mons. Stanislaw Gadecki:

R. – Finora ci siamo preoccupati di fornire la catechesi ai bambini e ai giovani, senza pensare ad una catechesi per gli adulti. I frutti e lo sviluppo della catechesi dei bambini però, dipendono proprio dagli adulti che con il loro comportamento, spesso lontano dalla fede, distruggono quanto seminato nei ragazzi. La trasmissione della fede e dei suoi contenuti tramite la testimonianza, se non avviene da parte degli adulti, rischia di svanire.

D. – I genitori stanno disertando il loro ruolo educativo?

R. – Questa è una triste realtà che dobbiamo constatare. Tanto più ai nostri giorni in cui gli adulti vivono una situazione abbastanza penosa, costretti a lavorare non otto, ma da 12 o anche 14 ore al giorno, quindi, arrivano a casa di sera stanchi e non hanno tempo da dedicare ai bambini. Questi ultimi rimangono soli, nel pomeriggio non hanno la vicinanza dei genitori e trascorrono l’intera giornata su internet.

D. – Per sopperire a questa mancanza di catechesi per gli adulti, voi presentate l’esperienza di una scuola di catechisti laici, che vengono proprio formati per trasmettere a loro volta la fede agli adulti …

R. – Abbiamo creato una scuola appositamente, perché non ci si può improvvisare catechisti, testimoni, senza una preparazione. Questa esperienza della scuola di catechesi ci ha rivelato che il linguaggio dei laici nella trasmissione della fede agli adulti è molto più persuasivo del linguaggio dei sacerdoti.

===oo00oo===

La situazione nel Medio Oriente è stata, in questi giorni, al centro dell’attenzione dei Padri sinodali. Al Patriarca di Antiochia dei maroniti, mons. Béchara Boutros Raï, il nostro inviato al Sinodo Paolo Ondarza ha chiesto una riflessione sulla tensione in Libano a seguito dell’attentato di venerdì scorso in cui hanno perso la vita otto persone tra cui il capo dell’intelligence del Paese:

R. – Sono molto dispiaciuto per questo attentato. Il motivo si conosce: Al Hassan, il dirigente dei servizi segreti ucciso venerdì scorso, aveva scoperto un complotto che avrebbe provocato molti danni, orchestrato con materiali esplosivi, trasportati da un ex ministro dalla Siria in Libano. Era venuto a conoscenza di questo e l’ha denunciato. Ha dovuto vivere fuori dal Libano nell’ultimo periodo: gli avevano infatti consigliato tutti di non tornare, perché era stato minacciato. Appena tornato, dopo nemmeno 24 ore, è stato assassinato. Da chi, ancora non lo sappiamo. Il grande conflitto in Libano e nella regione è tra musulmani sunniti e sciiti. Io personalmente, dopo aver ricevuto la lettera del Santo Padre, mi sono consultato con il presidente della Repubblica libanese e ho rivolto due appelli per la pacificazione, per chiedere maggiore saggezza, perché quanto avvenuto sia interpretato in maniera corretta. Anche il presidente ha indetto una consultazione per valutare se sia necessario far cadere il governo o meno: infatti, attualmente, il primo ministro è sunnita e qualcuno teme possa avere legami con la Siria o con l’ambiente sunnita. Ma ancora non è affatto detto che siano stati i siriani a provocare l’attentato: non possiamo fare un’affermazione di questo genere. Ora, comunque, pare che la situazione stia tornando tranquilla.

D. – Non teme, quindi, che la situazione possa degenerare?

R. – La situazione è veramente molto critica a causa della Siria: tutto si ripercuote sul Libano, specialmente il fatto che in Siria si sta andando verso un sanguinoso conflitto tra sunniti, che sono la maggioranza, e il regime alawita, che è in minoranza. In Libano, ci sono sia sunniti che alawiti, e i problemi siriani si ripercuotono anche qui. Inoltre, i libanesi sono divisi tra loro: i sunniti sono contro il regime. Gli sciiti con il regime. Il conflitto è di natura politica, se rimarrà dentro questo ambito presto tutto tornerà alla normalità, se invece tale confine sarà oltrepassato – cosa che non credo – la situazione potrebbe degenerare.

D. – I cristiani come vivono questa situazione?

R. – Alcuni si sono alleati con i sunniti, altri con gli sciiti: non ideologicamente, ma a causa delle alleanze politiche. Ma noi li invitiamo a fare da ponte: i cristiani dovrebbero essere un ponte tra sciiti e sunniti, perché questo conflitto riguarda tutta la regione.

D. – Qual è il suo auspicio in questa sede del Sinodo?

R. – Noi abbiamo bisogno di persone che richiamino alla pacificazione, alla riconciliazione, alle soluzioni diplomatiche, perché oggigiorno diversi Stati fomentano la violenza e incitano alla guerra, pagano, inviano armi, sostengono politicamente questa parte o l’altra. ESinodo_3

 

Biagio Biagetti: Arte Sacra e Restauro nel primo Novecento

Pittore, restauratore, critico d'arte. Biagio Biagetti è stato un indiscusso protagonista dell'arte cristiana della prima metà del Novecento. Allievo di Ludovico Seitz, ultimo dei Nazareni, ha elaborato nell'ambito della pittura sacra un linguaggio fortemente innovativo, ma fedele alla tradizione. Decisivo il suo contributo all'interno del dibattito sull'arte sacra nel primo Novecento.

Informazioni Utili

Articoli Correlati