@Paolo Ondarza, Radio Vaticana
Il Concilio Vaticano II, una bussola per la Chiesa del Terzo Millennio. Il cardinale francese Roger Etchegaray ha sintetizzato con questa frase il libro “Un Concilio che continua” del noto vaticanista Gianfranco Svidercoschi, presentato nei giorni scorsi nella sede della nostra emittente. Presenti alla conferenza stampa anche il cardinale Roberto Tucci e il nostro direttore dei programmi, padre Federico Lombardi. Il testo racconta gli ultimi 40 anni di storia della Chiesa tentando un bilancio e proponendo prospettive per il futuro. Paolo Ondarza ne ha parlato direttamente con l’autore, Gianfranco Svidercoschi:
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R. – Devo dire che mi sorprendono le domande che mi fanno – i giovani, per lo meno – sui motivi per cui ho scritto un libro su un evento di 40 anni fa, come se il Concilio fosse una cosa ormai morta e seppellita, archiviata, che non serve più alla Chiesa. Il Concilio invece continua, nel senso che continua a camminare nella storia, della Chiesa e non solo. Ma se c’è una parte del Concilio che sicuramente è già stata realizzata – perché tutto quello che c’è di vitale oggi nel cattolicesimo per buona parte è frutto principalmente del Concilio Vaticano II – però è anche vero che una parte non è stata ancora messa in pratica. Ecco quindi perché ha il valore di un’attualità che deve ancora compiersi.
D. – Si è detto che il Giubileo e Giovanni Paolo II hanno attualizzato ciò che è stato detto nel Concilio Vaticano II. In che senso?
R. – E’ giustissimo, perché il Concilio in qualche modo è stato la porta che ha introdotto nel Giubileo e poi il Giubileo è stato in qualche modo una ricapitolazione di tutte le tematiche, le problematiche del Concilio. Allora il Giubileo è stato un principio di grande rivoluzione spirituale. Questa rivoluzione spirituale adesso dovrà diventare una rivoluzione ecclesiale, missionaria, pastorale, quindi dovrà tradursi in tutti gli ambiti e a tutti i livelli della Chiesa.
D. – Chi sono i protagonisti in prima linea di questa missione? I laici, i consacrati, o entrambi?
R. – Questo è un punto dolente. Ora i laici sicuramente sono stati promossi “maggiorenni” dal Concilio. L’unica cosa, però, è che forse non esiste ancora una disponibilità a dare anche una “corresponsabilità” ai laici nella Chiesa. Devo dire che mi hanno molto colpito gli orientamenti per il prossimo decennio della Chiesa italiana, perché mai avevo sentito parlare gli episcopati italiani in maniera così positiva verso i laici. Certe volte il laico pensa che per essere emancipato nella Chiesa debba conquistarsi uno spazio a livello sacramentale, nella liturgia, nella pastorale. Mentre invece il primo compito del laico è quello di compiere la sua missione nel mondo, cioè quello di santificare il mondo.
D. – Un “Concilio che continua” verso dove?
R. – Penso che siamo in un momento di passaggio. C’è tutta una serie di cambiamenti a livello politico, sociale e culturale e certe volte anche apparentemente sembrare di tornare indietro, anche pensando a quello che è successo l’11 settembre. C’è un cambiamento anche negli stili di vita. Bisogna vedere quale sarà il posto della religione, il posto delle Chiese. C’è un uomo al giorno d’oggi che è sempre più angosciato, sempre più sommerso nella sua solitudine e penso perciò che le religioni riusciranno a dargli quel supplemento di trascendenza che forse l’uomo negli ultimi tempi a perduto.
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Ancora sui temi evocati dal libro di Svidercoschi, ascoltiamo adesso il cardinale Roberto Tucci. Il porporato, che partecipò direttamente ai lavori conciliari in qualità di consultore, racconta ai microfoni del nostro programma One-o-five live un ricordo personale sui motivi che indussero Giovanni XXIII ad indire il Concilio Vaticano II:
R. – Il Papa ha parlato spesso di una ispirazione improvvisa, lo Spirito Santo, collegata alla sua esperienza precedente, agli studi che aveva fatto su San Carlo Borromeo. Però ha me diede un altro motivo molto simpatico: come Papa, disse, “vengono i vescovi da me e mi propongono un sacco di problemi da risolvere. E allora ad un certo punto di sono chiesto: ‘ma non è meglio che vengano loro qui a Roma a discutere tutti insieme, così troviamo insieme le soluzioni a questi problemi'”? Poi fece uno stupendo discorso inaugurale l’11 ottobre del 1962, ma il Concilio non trovò subito la sua sintonia su questo discorso. Tanto è vero che nell’ultima udienza che ho avuto con il Papa nel febbraio del ’63, quando già combatteva con la malattia che poi l’ha portato alla fine, mi disse che i vescovi avevano capito che cosa lui voleva dal Concilio con il suo discorso inaugurale solamente l’ultima settimana, cioè una settimana in cui parlarono il cardinale Sunens, belga di Bruxelles, il cardinale Lercaro di Bologna e il cardinal Montini di Milano. “Ci sono arrivati solo nell’ultima settimana”, mi disse, “ma ho preferito che ci arrivassero da soli”. Questi sono due aspetti che caratterizzano bene la mentalità, l’approccio di Papa Giovanni a questi problemi.



